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Il diritto di opporsi PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
mercoledì 12 febbraio 2020

Il diritto di opporsi (Just Mercy) USA 2019 Regia di: Destin Daniel Cretton  Genere: Drammatico Durata: 136' Cast: Michael B. Jordan, Jamie Foxx, Brie Larson, Tim Balke Nelson, Rafe Spall, O’Shea Jackson Jr., Rob Morgan.
Nelle sale dal:
30/01/2020
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 6,5
L'aggettivo ideale: Secco...

Walter McMillian, un boscaiolo di Monroeville, in Alabama, viene arrestato con l’accusa di aver assassinato una diciottenneil_diritto_di_opporsi.jpg all’interno di una lavanderia. A difenderlo, dopo che i primi processi lo avevano spinto nel braccio della morte, se ne occupa un giovane avvocato idealista proveniente da Harvard.

Scoprire che in una società elitaria e soprattutto in alcune sue aree, la giustizia funzioni a strappi e sussulti, colpendo in molte occasioni prima di tutto il colore della pelle dell’imputato non è certo una novità.
Scoprirlo attraverso le scelte di vita di un giovane avvocato con le fattezze di Michael B. Jordan, amante della giustizia e idealista quanto basta per arrivare ad un’assoluzione per buona parte dei propri clienti, tutti assistiti rigorosamente pro-bono, prova come il sistema contenga falle evidenti.

Alla sua quarta pellicola, ma al suo primo blockbuster, Destin Cretton firma una sceneggiatura a quattro mani assieme Andrew Lanham, riuscendo ad rielaborare l’omonimo romanzo dell’avvocato Stevenson, riguardante il caso McMillen e l’impatto che per lui ebbe l’essere arrivato dal nord in uno degli stati più rurali e pieno di preconcetti di tutta la nazione.

Il percorso di Stevenson nella comunità di Monroe fu difatti costellato di avvertimenti, minacce, di sguardi torvi dei locali contro la sua persona portandolo a radicalizzarsi ancora di più della correttezza delle sue idee. Jordan e Foxx lavorano spalla a spalla in un crescendo di evidente pathos, riuscendo a confezionare un legal-drama pieno di energia con un evidente messaggio anti pena capitale.
Al tempo stesso i due non riescono però ad aggiungere nulla di nuovo a una convinzione diffusa e ampiamente discussa nel corso di molti altri film del medesimo genere, a iniziare da Il buio oltre la siepe, più volte citato nel corso della pellicola a causa della location nel quale si svolse il romanzo di Harper Lee, sino ad arrivare a Mississippi Burning di Alan Parker.
Alla fine è proprio questo il limite di una pellicola dal valore civile prezioso e potente e che non lascia di certo indifferenti gli spettatori, ma che rischia di smarrirsi nel mezzo di prodotti dal messaggio molto simile.

 
Richard Jewell PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
giovedì 30 gennaio 2020

Richard Jewell (Richard Jewell) USA 2019 Regia di: Clint Eastwood  Genere: Drammatico Durata: 130' Cast: Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm, Olivia Wilde, Dylan Kussman, Wayne Duvall.
Nelle sale dal:
16/01/2020
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 7
L'aggettivo ideale: Corposo...

Ad Atlanta nel 1996, Richard Jewell, guardia di sicurezza in servizio durante un concerto che precedeva i giochi Olimpici, scoprì perrichard_jewell.jpg caso uno zaino abbandonato affianco a una panchina e contente un ordigno pronto a esplodere. Di propria iniziativa decise di fare evacuare la zona scongiurando una strage e limitandone i danni. I media lo dipinsero subito come un eroe, ma iniziarono anche a insinuare che Jewell avrebbe potuto essere l’attentatore.

Dopo Sully e The Mule Eastwood prosegue nel narrare la propria versione dell’America. Quella dei fatti di cronaca magari dimenticati o depositati nella memoria delle masse per l’eccesso di informazioni o semplicemente passate in secondo piano a distanza di molti anni.

Questa volta il Texano dagli occhi di ghiaccio si cimenta esclusivamente dietro la macchina da presa, consegnando al monumentale Sam Rockwell il ruolo di un amico avvocato che capisce immediatamente dove il sistema vorrebbe trascinare il caso.

A Kathy Bates il prezioso e diffilce ruolo di madre di un uomo di oltre trent’anni che vive ancora con lei. E al trentatreenne e mastodontico Paul Walter Hauser la parte di un uomo appassionato non di legge ma ‘della legge’ e con l’idea fissa di entrare nel mondo delle forze dell’ordine per poter essere veramente utile alla sua comunità. Talmente certo di questa convinzione al punto di essere così zelante dal trovare uno zaino abbandonato e pieno d’esplosivo e trovare anche la forza di fare evacuare una zona salvando molte vite.
Diventando eroe per un giorno e vittima del sistema il giorno dopo.

Se Chesley Sullenberger era l’uomo che svolse il proprio dovere e venne quasi condannato e Earl Stone era invece l’insospettabile che faceva da corriere per il cartello messicano dei narcos per poter arrivare a fine mese, ebbene Richard Jewell è l’evidente summa dei due. Condannato ancora prima di subire un processo e perseguitato dall’FBI, pur in assenza di prove evidenti. Ma anche l’uomo della porta accanto esattamente come lo era Stone.

Se questi era un colpevole Jewell divenne invece la vittima designata e facile da condannare perché in una società competitiva come quella USA ancora viveva con la madre, credendosi un uomo di legge pur essendo un semplice sorvegliante. Completano il cast Jon Hamm, nella parte di un detective dell’FBI desideroso di trovare un colpevole dove non c’è e Olivia Wilde nel ruolo di una reporter che voleva a tutti i costi uno scoop degno di questo nome. Solito pugno nello stomaco e guanto di velluto per Eastwood, finale conciliante, meno, molto meno, quello del vero Jewell.

 
C'era una volta … a Hollywood PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
giovedì 30 gennaio 2020

C'era una volta … a Hollywood (Once upon a time in Hollywood) USA 2019 Regia di: Quentin Tarantino  Genere: Drammatico Durata: 130' Cast: Leonardo Di Caprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Tim Olyphant, Julia Butters, Austin Butler, Al Pacino.
Nelle sale dal:
18/09/2019
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 5,5
L'aggettivo ideale: Spento...

Sul finire degli anni ‘50 Rick Dalton è il protagonista di Bounty Law, serie western che pare potergli garantire una carriera di sicurocera_una_volta_a_hollywood.jpg successo. Dieci anni dopo Rick, e la sua controfigura Cliff, vivono a Hollywood nel tentativo di rilanciare una carriera che a causa del calo d’interesse per il western sta precipitando nel dimenticatoio. Proprio per questo Rick vorrebbe avvicinare il regista Roman Polanski, che da poco si è trasferito con la moglie Sharon al 10050 di Cielo Drive, esattamente vicino alla sua villa.

Un tributo alla Città degli Angeli e al mondo del cinema che stava muovendo i primi passi verso un nuovo tipo di eroe. Non più personaggi senza macchia né paura ma controversi e pieni di incertezza.
Fra i primi si poteva di certo annoverare Rick Dalton, un Leonardo Di Caprio che si agita nel sottobosco hollywoodiano a caccia di una fama che non è mai arrivata se non di striscio, e che nel breve volgere di due lustri è passato da essere una possibile promessa al simbolo del villain delle serie tv.
Con lui l’inseparabile amico e stuntman Rick Dalton, Brad Pitt, non una semplice controfigura ma anche un sostegno sul quale poggiare i propri dubbi, frutto di un mestiere pieno di incertezze.

Tarantino al solito confeziona ricostruzioni d’ambiente e personaggi che rasentano la maniacalità, unite a una colonna sonora selezionata con altrettanta certosina pazienza e una dose di ultraviolenza, come la definirebbe il protagonista di Arancia Meccanica, a condire il tutto.

Trascinandoci sul finire dei ’60 e giocando con citazioni cinematografiche e serie tv di secondo piano, in un’eterna dichiarazione d’amore per il cinema che ha saputo formarlo, prima da appassionato e poi da regista adulto e pieno di talento. Gli eroi Tarantiniani questa volta però mancano il bersaglio, e l’undicesima pellicola del regista originario del Tennessee non sarà quindi ricordata fra le sue migliori, nonostante Di Caprio e Pitt riescono a diventare un duo perfettamente in sintonia e degno erede di Vince Vega e Jules Winnfield.

Colpa di una sceneggiatura che purtroppo si spegne e trascina in due ore di party a bordo piscina ai quali partecipano star e starlette a caccia di scritture e gossip. Non bastano le ultime curve per rivalutare quindi una pellicola che nella vicenda finale riguardante la Manson Family vede solamente un appendice in cui narrare la definitiva perdita d’innocenza dei ‘60 e con loro la probabile fine della cultura hippy.

 
Jojo Rabbit PDF Stampa
Drammatico1
Scritto da Ciro Andreotti   
domenica 19 gennaio 2020

Jojo Rabbit (Jojo Rabbit) Nuova Zelanda, Stati Uniti, Francia 2019 Regia di: Taika Waititi Genere: Drammatico Durata: 108' Cast: Roman Griffin Davis, Taika Waititi, Sam Rockwell, Scarlett Joahansson, Alfie Allen, Stephen Merchant, Rebel Wilson, Thomasin McKenzie, Archie Yates.
Nelle sale dal:
16/01/2020
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 7
L'aggettivo ideale: Potente...

Johannes è un bambino viennese di dieci anni che vive con sua madre Rosie, abbandonata dal marito partito per il fronte italiano, ejojo_rabbit.jpeg con un’altra figlia morta a causa di una malattia.
Nella vita di Johannes, da tutti chiamato Jojo, l’idea della supremazia nazista è talmente radicata al punto di avere come amico immaginario una versione fanciullesca di Adolf Hitler. Tutto però cambierà quando scoprirà che sua madre sta nascondendo in casa una ragazza ebrea.

L’infanzia di un giovanissimo membro della gioventù hitleriana marcia con il passo marziale di una versione infantile e amichevole del Führer, impersonato dallo stesso regista, che dal piccolo Jojo non pretende null’altro che fedeltà cieca e totale declinata attraverso perle di strategia bellica e di supremazia ariana narrate come se ci si trovasse all’interno di un grande gioco.

Taika Waititi che da tempo progettava di portare in scena il romanzo di Christine Leunens, riesce nell’intento di narrare la conclusione della seconda guerra mondiale come una sorta di rivisitazione de “La vita è bella”, ma questa volta il protagonista non è un adulto ebreo che deve fare digerire il campo di prigionia al figlio riuscendovi solamente grazie alla sua capacità di trasformarlo in un eterno gioco, ma bensì un bambino cresciuto nella Vienna degli anni ’40 che vede nel nazionalsocialismo la possibilità di farsi accettare dal mondo adulto e se poi quest’ultimo si copre di ridicolo con capitani da macchietta, ufficiali di esercito e Gestapo ai margini del surreale, poco importa, fino a quando nella sua vita non entrerà a sorpresa un’ospite indesiderata, la diciassettenne Elsa, ragazza ebrea amica della sorella morta, e che progressivamente gli farà cambiare idea.

Il dodicenne Roman Griffin Davis riesce alla sua prima prova a reggere il palco al fianco di attori consumati come lo splendido Sam Rockwell, nel ruolo del capitano alcolista Klenzendorf, e Scarlett Johansson in quello della madre protettiva ma ottimista, Rose.

Il messaggio finale è potente e commovente e il film è un inno sorridente all’uguaglianza e ai desideri di pace e ottimismo.
Il risultato finale, al di là del botteghino, potrebbe inoltre riservare al piccolo Jojo, e al suo amico Adolf, il privilegio di afferrare quella statuetta che oltre due decadi or sono sfuggì al film diretto da Roberto Benigni ovvero quell’Oscar, come migliore film, che in tal caso non ci sembrerebbe assolutamente immeritato.

 
Tolo Tolo PDF Stampa
Commedia1
Scritto da Ciro Andreotti   
domenica 19 gennaio 2020

Tolo Tolo (Tolo Tolo) Italia 2019 Regia di: Luca Medici Genere: Commedia Durata: 90' Cast: Checco Zalone, Souleymane Sylla, Manda Tourè, Antonella Attili, Nicola Nocella, Barbara Bouchet, Nicola Di Bari, Gianni D’Addario, Diletta Acquaviva.
Nelle sale dal:
02/01/2020
Recensione di: Ciro Andreotti Voto: 6
L'aggettivo ideale: Leggero...

Pierfrancesco detto Checco, evasore fiscale braccato da numerosi debitori, decide di abbandonare l’Italia e ricominciare una nuovaTolo Tolo locandina.jpeg vita facendo il cameriere in un villaggio vacanze in Kenya.
Durante il proprio soggiorno il villaggio viene attaccato da un commando di terroristi e per questo Checco decide di fare rientro in Italia non con il proprio passaporto ma seguendo lo stesso percorso di tutti i migranti e con il solo scopo di far perdere le proprie tracce.

Zalone torna al cinema senza l’aiuto del suo fido collaboratore Gennaro Nunziante che per una volta gli cede il posto facendolo cimentare con la sua prima regia e consentendogli al tempo stesso di trattare un argomento fin troppo attuale e declinato con il solito fare finto becero che ne contraddistingue la maschera, creata su atteggiamenti finto scorretti e principalmente razzisti.

La pellicola, introdotta con largo anticipo da un video che ha fatto storcere più bocche, diventa un modo originale per parlare di migrazione e molto altro, fra cui il dramma di chi è tartassato da tasse ingiuste pur di poter lavorare.
Con il protagonista nel ruolo di un truffatore degno erede, per atteggiamenti e modus operandi, del “peggior” Alberto Sordi di sempre, citato, nemmeno troppo velatamente, con un passo saltellante e un abbigliamento finale che rappresentano la perfetta sintesi sia del Professor Dottor Gudio Tersilli ma anche dell’armaiolo e guerrafondaio Pietro Chiocca, che proprio nei paesi dell’Africa centrale aveva trovato il proprio filone aurifero.

Zalone di Sordi però non ha certo la statura attoriale, ma sa dirigere e riesce a confezionare un’opera che è ben più di un semplice endorsement nei confronti del rispetto delle genti che approdano sulle nostre coste, alternando le proprie canzoni a una trama che scorre veloce verso una conclusione che lascia a suo modo interdetti forse perché dopo l’eccellente “Quo Vado?”, in cui l’autore di Capurso aveva preso di mira il malcostume di rimanere aggrappati a ogni costo al posto fisso e statale, noi per primi ci aspettavamo molto di più, al netto di incassi che stanno trasformando questa sua quinta pellicola in uno sbanca botteghino maggiormente ancorato però al personaggio più che ai contenuti offerti.

 
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