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Amabili resti
Titolo originale: The Lovely Bones
USA, Gran Bretagna, Nuova Zelanda: 2009 Regia di: Peter Jackson Genere:
Thriller Durata: 139'
Interpreti: Mark Wahlberg, Rachel Weisz, Susan Sarandon, Stanley Tucci,
Michael Imperioli, Saoirse Ronan, Jake Abel, Amanda Michalka, Thomas
McCarthy, Reece Ritchie, Nikki SooHoo, Rose McIver, Zachary Gordon, Anna
George, Andrew James Allen, Robyn Malcolm
Sito web: www.lovelybones.com
Nelle sale dal: 12/02/2010
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Roberto Fedeli
L'aggettivo ideale: Superficiale
Tratto dal romanzo di Alice Sebold, Peter Jackson torna dopo cinque anni dall’eludibile “King Kong” con questo “Amabili resti”, triste vicenda dell’omicidio della quattordicenne Susie Salmon, imprigionata nel limbo tra questioni terrene irrisolte e l’attesa del paradiso.
Sebbene la chiesa abbia abolito il limbo nel 2007 e si appresti a sopprimere il purgatorio, la fantasia di Peter Jackson ha avuto il coraggio di ripristinarlo. L’ambizioso accostamento dei più dissimili registri narrativi, dal dramma alla commedia,dal thriller alla dimensione onirica, finisce per recidere il cordone dell’unicità del senso. L’amore sbocciato, ma fatalmente impossibile, tra Susie e Ray appare un topos fin troppo fragile per poter ergersi a cerniera ideale del cerchio narrativo.
Il senso profondo del film risiede nell’anaciclosi che ne caratterizza l’intero corso: il nostos delle foto scattate dalla protagonista nel passato riveleranno l’identità dell’assassino,il bracciale indossato dalla bambina tornerà nei suoi sogni e nella realtà del maniaco, la cassa delle allucinazioni diventerà il simulacro del suo corpo straziato. La cadenza spasmodica con la quale la piccola Susie realizza una serie infinita di fotografie non viene compresa appieno dai familiari; allorché la giovane protagonista sostiene che nella propria famiglia l’arte viene considerata un reato. L’obiettivo fotografico diviene quindi un vettore della riflessione metalinguistica di Peter Jackson sul potere dell’immagine. A Jackson\Susie interessa catturare l’istante, come in un quadro di Monet.
Il regista neozelandese adopera tre diverse tinte per caratterizzare altrettanti dimensioni spazio temporali: lo spazio tempo del ricordo e del limbo è permeato di un bianco ineffabile e straniante, la breve vita spensierata possiede invece cromie accese e calde, mentre il colore del luogo della violenza inneggia al rosso sanguigno.
L’eccessività cromatica e stilistica della dimensione fantastica adombra interessanti tematiche appena abbozzate, quali lo scontro tra il razionalismo rassegnato materno ed una fede paterna quasi indicibile, che fonde il ricordo della bambina con una percezione quasi materica della sua presenza.
Le dinamiche di tensione crescente pescano goffamente nel museo del cinema, prima attraverso l’impallamento continuo del sadico assassino e poi per mezzo dei campi lunghi e dei primi piani che stringono in soft focus sui volti della ragazza insidiata e del carnefice.
Di ben altra fattura è il framing della casa sul viale del killer,avvolta nella penombra e rischiarata da un’unica finestra illuminata che piomba anch’essa nell’oscurità, come nell’incipit de “L’esorcista”.
Peter Jackson riempie l’intera pellicola con la forza visiva del secondo surrealismo, attraverso l’accostamento dell’universo onirico alla dimensione quotidiana; tuttavia l’esperimento pretensioso di emulare Ernst o Borowczyk, finisce per tratteggiare superficialmente entrambi i microcosmi sviluppati.
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