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Captivity PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Maria Pelella   
venerdì 24 agosto 2007

Captivity
Titolo originale: Captivity
USA, Russia: 2006. Regia di: Roland Joffé Genere: Thriller Durata: 96'
Interpreti: Elisha Cuthbert, Daniel Gillies, Pruitt Taylor Vince, Laz Alonso, Michael Harney
Sito web: www.captivitythemovie.com
Voto: 5
Recensione di: Anna Maria Pelella

captivity_leggero.jpgJennifer Tree è una celebrità, una modella le cui immagini campeggiano sui muri e sugli autobus di tutta New York. In un’intervista rilasciata in video ha la dabbenaggine di parlare delle sue fobie, ed ecco che uno psicopatico si premura di fargliele vivere tutte, dalla prima all’ultima, così tanto per dare un brivido alla sua noiosissima vita patinata, e nello stesso tempo concedersi il lusso di un’incontro ravvicinato con la star.
Per quelli che hanno la mia età e quindi ricordano Clive Barker prima della California, questo film comincia come il racconto Fear, tratto dai Libri di Sangue.
Anche là abbiamo una bella ragazza che parla disinvoltamente ad una telecamera delle sue paure ed uno psicopatico che non si limita ad ascoltare e filmare, e che pensa ad un modo per fargliele vivere e/o superare con intenti apparentemente altruistici, ma in realtà abbondantemente sadici. Fin qua tutto bene, peccato che la somiglianza si fermi all’incipit, poi abbiamo l’allegro saccheggio da Il Collezionista, film e libro di rara sensibilità che non ha neanche un ombra del compiacimento sadico e guardone che invece fa da sottofondo a questo filmetto, e per finire uno qualsiasi dei Saw a scelta, con tanto di telecamere che spiano l’angosciata reazione alla reclusione della poveretta di turno. Passando ovviamente attraverso tutti i giochetti possibili, con sabbia e non, per terrorizzare la vittima e predisporre al migliore degli stati d’animo in vista dell’incontro ravvicinato col maniaco
Jennifer è una bellissima modella con tutte le paure e le insicurezze che la ricchezza non può guarire, fragile e quanto mai poco credibile mentre stringe un orsetto invece di dare capocciate al muro come sarebbe più probabile in una crisi di claustrofobia.
Per non parlare del fatto che il folle secondino sembra essersi appropriato di più di un oggetto appartenente alla poveretta che, impaurita e sempre meno verosimilmente si aggrappa ad ogni pezzetto di casa sua come fosse un salvagente. Oltretutto lo scambio tra i due è ridotto all’osso, ci sono indicazioni che lei può decidere di seguire o in alternativa si ritroverà i timpani sfondati dalla rabbia infantile del maniaco. A questo punto del film ci siamo già fatti un’idea di dove andrà a parare questo banalissimo plot, e non ci sbaglieremo di molto prevedendo un incontro con un altra vittima e i successivi tentativi di fuga.
Ecco quindi apparire Gary, uno sciagurato che abita il cunicolo accanto e gli fa da balia, non si capisce con quale forza riesca a darle coraggio dal momento che anche lui è prigioniero, accidenti deve essere perché lui è l’eroe della storia…come ho fatto a non pensarci prima?
E sempre perchè lui è un eroe che vedremo ancor meno verosimilmente, ma a questo punto siamo alla fantascienza, un’improbabile scena di sesso tra reclusi alla faccia della claustrofobia, della paura del buio e soprattutto del guardone del piano di sopra.
I tentativi di fuga si rivelano di un’inconsistenza che sfiora la stupidità, come pure le rappresaglie del maniaco ai danni di Gary, cui lei reagisce in maniera assai amplificata dalla reclusione, e tese a sottolineare la poesia del legame che si è instaurato tra i due.
Per completare il quadro abbiamo pure i siparietti involontariamente comici regalati dalla coppia di poliziotti più inetta della storia del cinema, roba da far venire il mal di pancia alla Clarice Starling di Il Silenzio degli Innocenti che mai nella vita si sarebbe sognata di chiedere di guardare la finale di coppa alla televisione direttamente al maniaco.
Lo psicopatico affetto da mania voyeristica è davvero poco convincente, grasso, brutto e operatore di catering, come queste tre cose si possano trovare insieme ed essere di qualche interesse non ci è dato di sapere.
Ma ridicolo sopra ogni cosa riesce ad essere il rapporto che lo lega a Gary e qua mi fermo, perché il colpo di scena, che in realtà segue di molto il sopravvenuto colpo di sonno, dovrebbe motivare la storia e dare un senso al tempo che avremo perso a sbadigliare.
Dico dovrebbe perché per me non è stato così, inoltre non si può veramente parlare di colpo di scena dal momento che pare più una soluzione telefonata, tanto per trovare un finale ad una storia senza capo né coda.
Certo la responsabilità di questo noiosissimo plot è tutta di Larry Cohen, in uno dei suoi lavori più alimentare, ma la regia seppur accurata risente moltissimo dell’eccesso di patinatura dato da una fotografia assolutamente fuori luogo. E le soluzioni della mdp non tengono certo sveglie da sole lo spettatore, che purtroppo sbadiglia e si chiede il motivo per cui dovrebbe restare a guardare l’epilogo prevedibile di una storia che non c’è.

 
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