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Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 23 marzo 2010

Deliver us from evil
Titolo originale: Fri os fra det onde
Danimarca: 2009 Regia di: Ole Bornedal Genere: Thriller Durata: 100'
Interpreti: Lasse Rimmer, Lene Nystrøm, Fanny Bornedal, Jacob Ottensten, Mogens Pedersen, Lone Lindorf, Jens Andersen, Pernille Vallentin, Bojan Navojec, Kim Kold, Alexandre Willaume-Jantzen, Anders Budde Christensen, Daniel Engstrup
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito in dvd
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Impietoso

Deliver us from evilJohannes e sua moglie Pernille lasciano la città per traslocare con i loro due bambini nel villaggio natale di lui. Lars, fratello di Johannes, investe col suo camion Anna, una donna piuttosto in vista nel paese e, per sfuggire alle conseguenze della sua azione coinvolge un immigrato bosniaco, amico di suo fratello. Le cose precipiteranno immediatamente dopo il ritrovamento del corpo.
E Johannes si troverà in una situazione disperata.

Immaginate di camminare sul ghiaccio. A un primo passo sembrerà di essere su un suolo normale.
Ma avanzando ci si potrebbe accorgere del fatto che il terreno non è poi così compatto. Che sotto di esso nuotano cose, e che queste potrebbero addirittura ingoiarci nel malaugurato caso di una rottura della superficie. Esattamente la stessa sensazione che si prova a guardare questo film.
Ole Bornedal, famoso per la trasposizione americana del suo lavoro Nightwatch (Nattevagten 1994) ci porta faccia a faccia con l'ipocrisia di cui pare siano avvolti in realtà molti dei sentimenti ostentati dai più.
Johannes e Pernille sono una coppia normalissima che sceglie di tornare in provincia. I rapporti di lui col fratello Lars, uno squinternato che guida un tir, sono superficiali e poco amichevoli.
Johannes ha un amico, Alain, un immigrato bosniaco che ha perso la famiglia in Serbia e cerca solo un po' di pace.
Ma a quanto pare ha scelto il luogo sbagliato.
La superficialità, l'ignoranza e la cattiveria, che nuotano silenziose sotto la patina neanche tanto lucente di educazione e cameratismo che pare la norma in situazioni sociali di disagio, verranno immediatamente alla ribalta alla morte di Anna, una donna molto amata dalla comunità.
Lars, che è stato la causa di tutto, non troverà niente di meglio da fare che coinvolgere Alain nella sua rete, e appioppargli il crimine. Ma questo sarà solo l'inizio. La banda degli amici di Lars, capeggiata dal vedovo inconsolabile e pure un pochino criminale, assedierà la casa di Johannes per
pareggiare i conti alla vecchia maniera.

Difficile davvero non riconoscere il debito nei confronti di Cane di paglia che a suo tempo fece inarcare più di un sopracciglio col suo sottotesto politico e con la sua impietosa occhiata nel cuore umano. Ma Bornedal non si ferma qui. Inzuppa letteralmente la scena di razzismo e di stupidità,
accentuando un tratto già presente nel celebre lavoro di Pekinpah del 1971, e confeziona un thriller disturbante e senza speranza da cui si esce con l'acquisita conferma del fatto che, in certe situazioni, di strada da fare ce n'è ancora parecchia prima di definirsi umani. Johannes paga caro il suo anticonformismo, come a suo tempo lo sfortunato David di Pekinpah, e si trova di fronte al dilemma se diventare anche lui un animale o continuare a combattere contro il parere di sua moglie e del poliziotto che tenta di soccorrerlo. In realtà la scelta è obbligata, dal
momento che non sempre si riesce a diventare delle bestie, pure volendo e anche sotto l'effetto dell'alcol.

La regia limpida e accurata è totalmente complice del regista, nella misura in cui non solo non nasconde nulla, ma induce in alcuni agghiaccianti momenti, la sensazione di non poter comunque girare lo sguardo di fronte al degenerare cui si sta assistendo e, cosa assai peggiore, l'idea che certe derive possano solo portare ad altre più pericolose cadute. In questo senso l'uso di un narratore rende l'idea di un racconto morale, ma allo stesso tempo del desiderio di testimoniare quel che accade, sperando che lo sguardo serva a evitare la rimozione abituale di fronte al male e all'ingiustizia.
La fotografia tetra e evocativa insieme con la buona prova dell'intero cast, creano uno spazio all'interno del quale sbirciare con colpevole complicità la rassegnata buona educazione divenire di colpo calma e gelida efficienza. Johannes compie azioni, in risposta alla violenza, in cui lo spettatore non può che cogliere l'atavica spinta alla sopravvivenza di fronte alle belve feroci.
Bornedal approfitta di ogni sequenza per inorridire lo spettatore, presentandogli senza pietà il conto effettivo dell'ipocrisia di fronte al diverso. I terroristi sono un nemico recente, ma "l'altro" in contrapposizione al "noi" ha sempre fatto le spese della nostra paura della diversità. In questo senso l'intero film urla le intenzioni del regista di non nascondersi di fronte alla realtà e di raccontare senza mezzi termini cosa coltiviamo dietro l'apparenza di normalità di cui spesso ci vestiamo.
Bornedal, come Pekinpah e molti altri prima di lui, induce lo spettatore a fare direttamente i conti con le illusioni che animano i più idealisti e col brusco risveglio dato dal semplice confronto tra le dichiarazioni e le azioni di chi non ha contatto con la sua vera natura. Il razzismo, l'ignoranza e la cattiveria nuotano silenziose sotto tutti i prati ben rasati che ci piace ostentare.
E niente di quello che nascondiamo potrà realmente restare nascosto a lungo.

 
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