| E venne il giorno |
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| Scritto da Andrea De Luca | |
| domenica 20 luglio 2008 | |
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E venne il giorno Nuvole rapide e misteriose fanno da onirico sfondo ai titoli di testa del film, introducendoci ipnoticamente nella normale vita di tutti i giorni. All’improvviso le candide nuvole cambiano volto, muta il vento e il cielo si fa scuro, come greve per un temporale imminente. È mattino e siamo nel mezzo del Central Park di New York quando la normalità di tutti i giorni viene sconvolta da catastrofici e inspiegabili avvenimenti. La gente per le strade sembra aver perso l’istinto di auto-conservazione e inizia una sorta di suicidio di massa. Sembra giunto il giorno del giudizio. Presto il focolare di infezione invade tutta la parte orientale degli Stati Uniti, ma nessuno riesce a rintracciare le cause di tali comportamenti. Gli organi di informazione parlano di infezione virale causata da un attentato batteriologico dei terroristi, poi di una fuga radioattiva e addirittura di responsabilità del governo americano stesso. La gente presa dal panico scappa dalle città più grandi verso i piccoli centri e le zone incontaminate dell’ovest. Tra questi c’è Elliot Moore, professore di scienze di Philadelphia, in fuga con la moglie Alma, l’amico Julian e la di lui figlia Jess. La fuga verso i centri minori si rivela inutile perché l’infezione, che si scopre scatenata da una tossina rilasciata dalle piante e trasportata dal vento, colpisce zone sempre più remote. È la natura che si ribella contro l’umanità. Poiché sembrerebbe essere l’aggregazione stessa degli esseri umani il fattore scatenante di tale fenomeno, ai protagonisti non resta altro che tagliare ogni contatto col mondo e rifugiarsi nella solitudine di un luogo isolato.M. Night Shyamalan torna a calcare la mano sul mistero, sull’indecifrabile non detto, con una storia carica di suspense e di terrore, un terrore tanto più forte in quanto aleggia nell’aria ma non se ne individua la fonte. Il regista indiano, da sempre alla ricerca della codifica di un proprio linguaggio personale, di un’estetica d’autore che lo elevi al di sopra della banale standardizzazione hollywoodiana, sembra soffrire un timore reverenziale nei confronti della natura e, come negli ultimi tre film, cerca in tutti i modi di trasmettere la sua paura allo spettatore. In questo capitolo finalmente ci riesce, mettendo in scena, con mano sicura, il conflitto tra l’uomo e una natura magica e maligna. Il film ha per protagonista la morte, presentata in varie forme senza veli ne censure. Una morte lasciata abilmente intuire dal particolare di una pistola più volte raccolta da terra da mani di persone diverse e sempre seguito dal suono fuori campo di uno sparo, oppure ostentata pesantemente con una crudezza disarmante e spiazzante, che paralizza. Le immagini scorrono sullo schermo mostrando, come in un incubo surreale, atteggiamenti sconnessi dalla realtà che siamo abituati a conoscere e restiamo allibiti quando, con piglio da sfocato documentario amatoriale, vengono esibiti un incidente automobilistico volontario, un uomo che si fa investire da un tagliaerbe o un altro che si getta tra le fauci dilaceranti dei leoni dello zoo. Ma a farci rabbrividire ancor di più è quel qualcosa di occulto che sta dietro ad atteggiamenti inspiegabili di personaggi misteriosi, ambigui e dal fare allucinato, deformati da una follia enigmatica, i quali sembrano usciti da un film dell’orrore o da Psycho di Hitchcock. Un esempio è l’inquietante signora Jones, resa magnificamente da Betty Buckley, che vuole vivere immersa in una solitudine che l’ha resa sociopatica, una solitudine alleviata da una religiosità morbosa che sublima la sua mancanza di contatti col mondo (di cui si dichiara nemica). Una psicosi che sembra infettare l’intera società americana è quella diffusasi dopo l’11 settembre. Da allora, per abitudine e comodità, si tende ad attribuire la colpa di ogni sciagura alla maniacale mente terrorista, creando una confusione alimentata soprattutto dagli organi di governo e di informazione. Un virus-batteriologico liberato nell’aria che agisce sul sistema neurale della gente, ecco l’ultima trovata di Al-Qā‘ida. Ma non si tratta di questo. Uno stralunato e profetico contadino che vive al di fuori delle convenzioni sociali è rivelatore di una verità inimmaginabile all’inizio ma che col tempo si palesa svelando il messaggio del regista: sono le piante i personaggi “cattivi” di questo film eco-apocalittico. Come le piante di tabacco che hanno trovato il modo di attirare a se le vespe per difendersi dai bruchi, ora queste hanno trovato un rimedio contro l’uomo e se ne stanno lì, agiscono nella loro immobilità, consumando come assassine spietate la vendetta di anni di devastamento scellerato della Terra. L’umanità diventa preda e, come spesso succede in questo genere di film, ha un personaggio che la rappresenta, Elliot Moore - ben interpretato da Mark Wahlberg - professore di scienze del liceo e portavoce del pensiero scientifico razionale. Ma questo eroe improvvisato non possiede caratteristiche che lo elevino al di sopra degli altri, risulta debole e impotente. Egli deve sfuggire a un focolaio d’infezione partito dalla costa orientale che colpisce prima le grandi città e poi si sposta fino ai centri più piccoli, non risparmiando nessuno. Ogni tentativo di aggregazione è impedito. Il protagonista non può neanche trovar rifugio in quella comunità che, nei precedenti film del regista, costituiva una protezione dalla minaccia e non gli resta che isolarsi sempre di più, in balia degli eventi e schiavo della natura. Si isola insieme alla moglie Alma, con cui sta attraversando un momento di crisi, e alla piccola Jess, figlia del suo amico Julian. Nella loro fuga dovranno fare i conti anche con l’egoismo e la follia della società americana, una società individualista dominata dall’utilizzo sconsiderato e incondizionato delle armi da fuoco, la cui mente ossessionata dalla fobia terroristica li induce a sparare senza pietà su dei normalissimi ragazzini. Una fuga solitaria verso la riscoperta dell’ovest e della terra promessa, una sorta di western catastrofico attraverso una società contagiata da una follia psicotica stile “caccia alle streghe” con tanto di nostalgica fobia anni ’50 da “avvelenamento dell’acqua”. Questa situazione estrema farà ritrovare colore a quell’amore tra marito e moglie che sembrava si stesse spegnendo nella normalità di tutti i giorni. Un amore riscoperto nel momento in cui i due scelgono di rischiare la morte pur di rimanere uniti nei loro ultimi momenti. In coincidenza di questo gesto estremo e potente, simbolicamente la natura si placa risparmiando loro la vita. Come spiegarsi tali avvenimenti che alla fine smettono in modo altrettanto drastico e improvviso di come sono iniziati?. Succede tutto nell’arco di un giorno e nessuna teoria scientifica ha dimostrato se si sia trattato di un attacco terroristico, di una fuga radioattiva o di un complotto governativo. A chi attribuire la colpa? All’inizio il professore ammetteva, durante una lezione alla classe, che non esiste una spiegazione scientifica del perché le api stiano scomparendo dalla faccia della terra; possono esistere molte teorie esplicative ma non costituiranno mai la verità assoluta. Ma, a scanso di equivoci, il finale dimostra una tesi: si è trattato di un avvertimento della natura o del suo creatore, pronta ora a punire di nuovo con eguale spietatezza, non più gli Stati Uniti ma Parigi, perché la salvaguardia della Terra è un problema che coinvolge tutte le persone che la popolano. Ma il vero fine di Shyamalan, celato da un S.O.S. ambientalista che di sicuro farà riflettere, si svela presto: creare di nuovo, dopo Il Sesto Senso, un capolavoro giocato sul mistero e la suspense, che, come un incubo terrificante, stordisca lo spettatore dallo spavento.
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Nuvole rapide e misteriose fanno da onirico sfondo ai titoli di testa del film, introducendoci ipnoticamente nella normale vita di tutti i giorni. All’improvviso le candide nuvole cambiano volto, muta il vento e il cielo si fa scuro, come greve per un temporale imminente. È mattino e siamo nel mezzo del Central Park di New York quando la normalità di tutti i giorni viene sconvolta da catastrofici e inspiegabili avvenimenti. La gente per le strade sembra aver perso l’istinto di auto-conservazione e inizia una sorta di suicidio di massa. Sembra giunto il giorno del giudizio. Presto il focolare di infezione invade tutta la parte orientale degli Stati Uniti, ma nessuno riesce a rintracciare le cause di tali comportamenti. Gli organi di informazione parlano di infezione virale causata da un attentato batteriologico dei terroristi, poi di una fuga radioattiva e addirittura di responsabilità del governo americano stesso. La gente presa dal panico scappa dalle città più grandi verso i piccoli centri e le zone incontaminate dell’ovest. Tra questi c’è Elliot Moore, professore di scienze di Philadelphia, in fuga con la moglie Alma, l’amico Julian e la di lui figlia Jess. La fuga verso i centri minori si rivela inutile perché l’infezione, che si scopre scatenata da una tossina rilasciata dalle piante e trasportata dal vento, colpisce zone sempre più remote. È la natura che si ribella contro l’umanità. Poiché sembrerebbe essere l’aggregazione stessa degli esseri umani il fattore scatenante di tale fenomeno, ai protagonisti non resta altro che tagliare ogni contatto col mondo e rifugiarsi nella solitudine di un luogo isolato.