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Scritto da Piergiorgio Ravasio   
lunedì 30 aprile 2007

Ghost son
Titolo originale: Ghost son
Italia, Gran Bretagna, Spagna, Sud Africa: 2007. Regia di: Lamberto Bava Genere: Thriller Durata: 98'
Interpreti: John Hannah, Laura Harring, Pete Postlethwaite, Coralina Cataldi Tassoni
Sito web: www.ghostson.com
Voto: 6,5
Recensione di: Piergiorgio Ravasio

ghostsonleggero.jpgLamberto Bava è sicuramente uno degli autori più conosciuti ed apprezzati per un cinema di genere che ha tanti seguaci ed estimatori non solo nel nostro paese.
Dopo l’iniziale parentesi di apprendistato col padre (quel Mario che tanto ha dato alla cinematografia italiana), qualche produzione che ottiene unanime consenso da parte degli addetti ai lavori (“Macabro”)e alcune collaborazioni con Dario Argento (“Inferno”), arrivano le sue prime produzioni, tra cui non possiamo dimenticare “La casa con la scala nel buio”, “Demoni”, “Demoni 2”, “Morirai a mezzanotte”, “Le foto di Gioia”.
Dopo aver realizzato l’ultimo film per il cinema nel 1992 (“Body Puzzle”) ed essersi affermato definitivamente come autore televisivo
realizzando alcuni prodotti di grande riscontro di pubblico (tra i quali il noto “Fantaghirò”), il regista romano torna ora nelle sale con una produzione mix tra Italia, Sud Africa, Gran Bretagna e Spagna presentandoci una storia di quell’intenso amore che non vuole arrendersi alla morte, ma che la oltrepassa fino a riversarsi nello sconfinato universo del paranormale e soprannaturale.
Luogo di ambientazione della vicenda è una fattoria in terra africana, dove vivono i coniugi Stacey (la Laura Harring del pluripremiato “Mulholland drive”) e Mark (John Hannah che si è fatto conoscere al grande pubblico con l’interpretazione di Matthew in “Quattro matrimoni e un funerale” e del ragazzo romantico in “Sliding doors”).
Un’esistenza, la loro, dominata da un grande amore, unico ed estremo, più forte della morte.
Un amore che sopravvive nei silenzi delle grandi estensioni, tra i misteri di una cultura sconosciuta ed incompresa. Un amore che ha radici profonde come la casa isolata nella pianura senza fine e che per vivere ha bisogno dell’estremo sacrificio della morte.
Stacey, infatti, per raggiungere Mark morto tragicamente in un incidente stradale, deve seguirne la stessa fine. Amore e morte, morte e vita.
Martin è il tramite; lui, il figlio del fantasma, quello che deve indurre la madre a morire. Ma Martin è anche suo figlio, è la vita.
E così Stacey, alla fine, sceglierà per la vita.
La pellicola, pur registrando una netta distinzione tra la prima parte (quella della storia d’amore tra i due) e un secondo momento (che contempla l’uscita di scena del marito con conseguente comparsa del figlioletto), riesce ad attrarre e a mantenere in maniera costante quell’atmosfera di tensione indispensabile per un film di questo stampo.
Merito innegabile dei buoni effetti visivi (dai quali però, con tutta sincerità, dobbiamo ignorare la scena oltremodo grottesca del bambino che rimette) e delle tipiche scene di paura che non mancheranno di farci sobbalzare.
Effetti visivi che sicuramente non appagheranno quanti si aspettano un film con quel tripudio di sangue che ha reso famoso Lamberto Bava per i suoi precedenti “Demoni” e “Demoni 2”.
Un riconoscimento anche alla fotografia di Giovanni Canevari che, fresco di storie da “Manuale d’amore”, riesce a ben immortalare l’immagine del paesaggio sudafricano con la sua bellezza, le sue tradizioni, superstizioni, rituali ed eventi inspiegabili nonché ad offrici un’immagine sufficientemente inquietante del piccolo bambino.
Pur nella convenzionalità di una trama che rievoca il classico spirito del defunto che torna nel regno dei vivi per restare accanto alla donna amata, a Lamberto Bava va il merito di aver realizzato un risultato che, forse grazie proprio ad una trama lenta ma penetrante, riesce a strappare un voto positivo.
Peccato per il finale che rovina un po’ la storia, macchiandosi di quel costume troppo diffuso nel cinema horror di non voler mai mettere la parola fine alle varie circostanze.
Ma forse anche questa è un’avvertenza: il limite che segna il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti potrebbe essere molto impercettibile e la porta che li separa sempre socchiusa.

 
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