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Scritto da Anna Maria Pelella   
mercoledì 30 novembre 2011

Guilty of Romance
Titolo originale: Koi No Tsumi
Giappone: 2011. Regia di: Sono Sion Genere: Thriller Durata: 144'
Interpreti: Miki Mizuno, Makoto Togashi, Megumi Kagurazaka, Kazuya Kojima, Satoshi Nikaido, Ryuju Kobayashi, Shingo Gotsuji, Motoki Fukami, Chika Uchida, Marie Machida, Ryo Iwamatsu, Hisako Ohkata,  Kanji Tsuda
Sito web ufficiale: www.koi-tumi.com
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Anteprima Sono Sion TFF
Voto: 7,5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Colpevole
Scarica il Pressbook del film
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“non avrei mai dovuto imparare le parole solo perché conosco il giapponese e qualche parola in una lingua straniera sono nelle tue lacrime”

guilty_of_romance_leggero.pngDue corpi vengono rinvenuti in un edificio disabitato del quartiere dei Love Hotel, a Tokyo. Al sopraggiungere sulla scena, la detective Kazuko Yoshida viene a conoscenza del fatto che i corpi sono stati smembrati e ibridati con i pezzi di un manichino, al fine di comporre due diverse figure: una scolaretta e una prostituta. Indagando sulle donne scomparse di recente la sua attenzione si sofferma su Izumi, moglie devota di un famoso scrittore e su Mitsuko, professoressa di letteratura all’università.

Tre donne, tre diversi gradi di smarrimento, tre possibili derive. Kazuko, detective con un lato oscuro e una sessualità sotterranea, si imbatte nel cadavere di una donna sconosciuta che, usato per comporre una scena in un edificio abbandonato ma straordinariamete vissuto, apre la porta al mondo parallelo dei quartieri notturni della capitale e delle molte donne che ogni anno scompaiono senza lasciare traccia.
Il Castello, questo il nome dell’edificio, nasconde il segreto di ben due donne di cui è stata denunciata la scomparsa in tempi recenti: Izumi e Mitsuko. Lo smarrimento che sembra aver causato la sparizione di entrambe non è del tutto estraneo neanche alla bella detective, che si sofferma con una certa insistenza sulla doppia vita di queste donne misteriose.
Ma seppure è vero che “finchè la gente pensa che tu abbia un lato oscuro, va bene” il punto è che l’oscurità ha la sgradevole tendenza ad avvolgere le persone e a disperderne le tracce.
Il quartiere dei Love Hotel non è certo estraneo alla faccenda, ma quello che accomuna le tre donne è una insistente sete di uscire dal ruolo e smarrirsi nella carne. Dietro ogni passione si annida però un grosso pericolo, e le donne si perdono senza accorgersi della volontà di autodistruzione che impregna ogni loro gesto.

Sono Sion mette al centro delle sue speculazioni l’universo femminile giapponese e il ruolo rigidamente assegnato a ciascuna fin dalla nascita. Non esiste vita diversa al di fuori del ruolo assegnato, pena la perdita dell’idea di sé e la degradazione morale. Ciascuna delle tre protagoniste ha un diverso grado di insofferenza per il proprio ruolo e non tutte riusciranno a fermarsi in tempo. L’amore e la colpa regnano sotterranee e nulla di quel che si vede nel quotidiano potrà preparare a ciò che si esperisce di notte, nei meandri di un mondo in cui “niente è gratis”.
Il ruolo, se da un lato rassicura con la sua piacevole demarcazione tra ciò che è consentito e ciò che non lo è, dall’altro costringe appunto all’interno di un binario in cui nulla cambia né è mai destinato a cambiare. Ed è per questo che chi sceglie di abbandonare il proprio ruolo è condannato a cadere, la degradazione è il fine ultimo e il castigo di chi non accetta di recitare fino in fondo la propria parte.

La visione di Sono Sion è quella di molti artisti giapponesi: la donna è un universo misterioso e multiforme e contringerla in una vita monodimensionale significa uccidere la sua parte vitale. Le donne di Sono Sion non amano la routine e il destino che arride a chi non si adatta è sempre la perdita di sé e l’oblio.
Izumi è la più debole, e per questo è quella che perderà di più, mentre la pericolosa Mitsuko è quella che finirà per pagare il conto più alto nell’inseguimento dello scopo di una intera vita: la ricerca della porta del Castello. In tutta questa devastazione Kazuko è testimone ultima e sola possibile custode del segreto di tutte le donne coinvolte.
Persino la madre di Mitsuko, una dolce e folle vecchietta dal piglio amabile e dal cuore d’acciaio, non sarà immune al dolore di un destino che condanna la donna molto prima del sopraggiungere dell’età adulta e della successiva consapevolezza.
Kazuko salva la memoria di una donna suicida, sottraendo all’occhio di chi resta, le prove della sua condotta, e in questo gesto è racchiusa tutta la pietà per chi non si sentirà mai all’altezza e per questo preferisce la morte.

L’ottima prova di tutto il cast, in una celebrazione corale della follia che sottintende ai rapporti familiari e alle riuscite sociali del Giappone contemporaneo, rende indimenticabile un lavoro in sé già molto coraggioso.
La regia perfetta, misurata e senza sbavature, nasconde una preziosa ma infinitesimale vena ironica.
Come a dire che la donna giapponese, impegnata a inseguire il suo destino, non riuscirà mai star dietro a tutto quel che le si richiede, ed è quindi condannata a correre per un’intera vita, senza arrivare mai da nessuna parte.

 
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