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Scritto da Marco Recanati   
lunedì 22 gennaio 2007

Half Light
Interpreti: Demi Moore, Henry Ian Cusick, Therese Bradley
Gran Bretagna: 2005. Regia di: Craig Rosenberg
Genere: Thriller Durata: 110'
Recensione di Marco Recanati

halflight.jpgUna cosa devo dirla subito, permettetemi: Half Light è un film degli anni ’90. Un film della prima metà degli anni ’90. Un film Americano della prima metà degli anni ’90. Perché pare ignorare tutti gli sviluppi, le soluzioni e il gusto che hanno modificato il thriller negli ultimi quindici anni. A essere cattivi si potrebbe pensare che Craig Rosenberg, dopo la regia di Hotel de Love (1996), si sia ritirato nell’outback australiano, abbia scavato una profonda buca e vi si sia rintanato, mettendo in scena in prima persona la sua personale versione live di Picnic At Hanging Rock. Forse una lieve scossa di terremoto ha risvegliato il Nostro dal suo sonno profondo ed una divinità autoctona, soffiando in un enorme didgeridoo, gli ha annunciato evangelicamente che avrebbe dovuto dirigere Demi Moore in un insulso film, e che avrebbe dovuto girarlo in modo altrettanto insulso. Nessuno gli ha spiegato che è ancora troppo presto per essere citazionisti nei confronti di una certa epoca e che è già troppo tardi, ormai, per fotografare e girare una pellicola a quel modo.Il buon Rosenberg ha preso d’assalto la videoteca locale (non trovando più vhs, fra l’altro), ha chiesto al ragazzo dietro al bancone e si è fatto consegnare un mucchietto di dvd di thriller più o meno recenti: pescando nel mucchio gli hanno rifilato un paio di Shyamalan, ne siamo sicuri. Forse anche il primo The Ring di Verbinsky. Craig si è messo a smanettare, si è accucciato sul divano davanti alla tv ed ha iniziato a sgranare gli occhi, scuotendo la testa e grattandosela.Poi gli è venuta un’idea fantastica, dato che è anche sceneggiatore: Rachel (manco a farlo apposta: ci sarà mai una Antonia, una Boadicea, una Eunice?), una scrittrice di successo (americana a Londra) che tratta la macchina da scrivere giocattolo come un cesto di cachi decomposti brulicanti di vermi e si tiene in casa decine di copie dei suoi libri dalle raccapriccianti copertine, si è aggiudicata un contratto record da quattro milioni di sterline, mentre il suo derelitto compagno riceve solo lettere di rifiuto anche dagli editori più sgualfi. Un bel giorno, mentre Rachel butta gli spaghetti, si verifica la tragedia chiave: il figlioletto Thomas, a causa dei suoi gusti eccessivamente militareschi in fatto di giocattoli, decide di andare ad affogare sotto una barca in un canale di Little Venice (Londra è tutta qua oltre ad una fugace visione dell’Erotic Gherkin, figuriamoci).Puerile scusa per farsi venire il blocco dello scrittore, si dirà. Ma Rachel se ne infischia: e blocco sia! Per salvare la faccia, comunque, decide di concedersi un buen retiro e, inforcato il suo mastodontico SUV, percorre le stradine costiere della Scozia (in realtà siamo nel Galles settentrionale) e si rintana in una casupola fra spiaggette e scogliere spazzate dalle onde. La macchina da scrivere è sempre più giocattolo. Ha scritto? Scrive? Scriverà? No, si intrattiene in congressi carnali col guardiano del faro che, apparentemente, ha almeno vent’anni meno di lei, si fanno le foto, vanno a cavallo sulla battigia (un’immagine da catalogo Grundig 1973), seppelliscono conchiglie madreperlacee nella sabbia, lui regala a lei una barchetta trovata nelle patatine e le fa credere di averla intagliata di fresco. Nel frattempo il morticino appare più volte ed è anche aggressivo. E Rachel si è portata da casa, con il massimo scrupolo, un set di lettere magnetiche da mettere sulla porta del frigo. E poi bla bla bla bla.Come ho fatto ad arrivare alla fine? Semplice: avevo una fottuta voglia di scrivere una stroncatura come si deve. E avevo voglia di ridere. Sono stato ricompensato perché certi effetti digitali da tivù privata della provincia di Treviso (anni ’90, ça va sans dire) mettono sempre di buon umore: il ralenti a scatti durante la scoperta del morticino affogato, o Rachel che dissolve e assolve nella stessa inquadratura mentre spacchetta i bagagli, o il faro un po’ vero e un po’ no. E come spiegare a Rosenberg e al suo direttore della fotografia che Londra non è il Maine e non si fotografa così, con quei disgustosi colori da adattamento televisivo del peggiore Stephen King; e non si apre un thriller con una dozzinale arietta orchestrale usata nel 90% dei film d’oltreoceano; arietta, oltretutto vaghissimamente Billy the Kid o Rodeo coplandiani, da saga familiare rurale negli anni della Depressione.Metastasi su metastasi di banalità. Trionfo del ridicolo involontario. Oppure manifesto della nouvelle naiveté? Ma che birra bevono in Australia?Demi Moore si sta avviando verso l’assunzione di una forma corporea glennclosiana, teschiosa, un po’ più strega lungocrinita; ma le riesce bene il ruolo dell’americana buona, boccalona, dotata di un set di due espresioni base e ricca, mentre gli inglesi, e soprattutto l’amica del cuore, sono perfidi, con le labbra tirate, alteri e subdoli come congiure di corte bizantine. Gli scozzesi, invece sono buoni ma un po’ scemi (tranne il guardiano del faro summenzionato): vivono al pub, parlano in gaelico tra di loro, giocano a bingo sempre nel pub e hanno buffi corpi e buffe facce. Ma non mancano le stregonerie celtiche; altro che padani.Però, statene certi, giustizia viene fatta. I buoni vincono e i cattivi muoiono.Fra l’altro agli abitanti dell’Isola di Llanddwyn, Anglesey, Galles del Nord, sono girati gli zebedei non poco nel vedere invasa la loro tranquilla comunità da una troupe che ha bellamente ignorato che l’isola è considerata magica.

 
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