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Valutazione utente: / 4
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Scritto da Nicola Picchi   
giovedì 28 maggio 2009

Handphone
Titolo originale: Handphone
Corea: 2009 Regia di: Kim Han-min Genere: Thriller Durata: 137'
Interpreti:Park Yong-woo, Jeong Yi-gyu, Eom Tae-woong, Park Sol-mi, Hwang Bo-yeon, Lee Se-na
Sito web:
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi

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handphone_leggero.jpgIngegnoso catalizzatore di eterne frustrazioni e modernissime ansie, “Handphone” ruota attorno ad un oggetto ormai divenuto paradigmatico delle nostre esistenze: il cellulare.
E se è vero che l’amato/odiato feticcio contiene traccia consistente delle nostre vite e delle nostre relazioni, ne consegue che la perdita dell’oggetto in questione è suscettibile di gettarci in uno stato di ansia, tanto più se contiene dati che non gradiremmo venissero divulgati. E’ quanto accade a Oh Seung-min, impegnatissimo e ambizioso manager di un’agenzia per attori. Nonostante la sua vita matrimoniale sia sull’orlo del collasso e venga perseguitato da maneschi usurai, Seung-min trascorre la maggior parte della giornata ad intessere relazioni con eventuali finanziatori e a promuovere i suoi clienti, tra cui la promettente Jin-a, attrice in ascesa che sta per ottenere una parte importante in un film. Un giorno arriva sul suo cellulare un video molto compromettente, suscettibile di rovinare la carriera di Jin-a. Seung-min riesce a recuperare l’originale dall’improvvisato ricattatore ma, il giorno stesso, perde il suo cellulare. Da quel momento, l’uomo che lo ha ritrovato lo sottoporrà a prove sempre più estreme promettendogli una restituzione sempre rinviata, mentre Seung-min, il quale a sua volta ha molte cose da nascondere, cercherà di scoprirne l’identità.

Seconda opera di Kim Han-min dopo il claudicante “Paradise Murdered”, anche “Handphone” si muove nei territori del thriller, con risultati forse meno originali rispetto all’eccentrico esordio, ma anche più persuasivi.
La decisione più condivisibile è quella di sottrarsi a semplificazioni in odore di manicheismo.
Sia Seung-min che il suo antagonista Jung Lee-gyu sono due personaggi delineati a tutto tondo, composti in egual misura di luci ed ombre, e, nonostante un’apparente contrapposizione iniziale, si rivelano l’uno il riflesso speculare dell’altro. Tra i ben oliati meccanismi del thriller di ambientazione urbana, s’intravede in filigrana un’attenta analisi della società coreana, che gronda sarcasmo e bile nera.
Sia il frenetico mondo dello star-system, con i suoi vacui rituali e l’ossessiva ricerca del successo, che l’aberrante filosofia del “customer service” d’ispirazione americana (Lee-gyu è manager in un E-Mart), vengono doviziosamente sezionati con un occhio particolare al lato paradossale e grottesco della situazione. Pur essendo due ambienti socialmente opposti e lontanissimi, entrambi sono in grado di generare esclusivamente rabbia, sentimenti di inadeguatezza e frustrazione.
I due protagonisti dedicano tutte le loro energie al lavoro, che assume tutti i crismi di una vera e propria religione, a detrimento della loro vita privata. Kim Jeong-yeon, la moglie di Seung-min, ha chiesto il divorzio ma l’uomo non sembra curarsene, mentre la madre di Lee-gyu, totalmente ignorata dal figlio, giace in un letto d’ospedale. Seung-min è infatti troppo impegnato a far decollare la sua agenzia e a sottrarsi ai creditori, e Lee-gyu a subire, con un professionale sorriso sulle labbra, le assurde richieste dei clienti del grande magazzino, per poi farsi nominare “impiegato dell’anno”.
Il furto del cellulare sarà la scintilla che innescherà la progressiva deriva dei personaggi, frantumando le convenzioni che, come un’esile armatura, ne permettevano il perfetto funzionamento all’interno del consorzio sociale. E così Lee-gyu permetterà per la prima volta al suo lato oscuro di manifestarsi, mentre Seung-min si dimostrerà molto diverso dalla sua facciata di irreprensibile manager di successo.

Kim Han-min impagina il tutto con professionalità e, tra una caccia all’uomo tra le affollate strade di Seoul e la convulsa ricerca di un carica batterie, “Handphone” tiene alta la tensione per i primi 100 minuti, salvo strafare nella parte conclusiva per l’accumulo sconsiderato di iperbolici twist di sceneggiatura, difetto oramai di norma nei thriller coreani.
Nonostante questo, il film merita comunque una visione, anche per la buona prova di Eom Tae-woong (Sunny, Forever the Moment) e Park Yong-woo (Once Upon a Time, Silmido) nei ruoli dei due protagonisti.

 
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