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Hanna
Titolo originale: Hanna
U.S.A., Regno Unito, Germania: 2011. Regia di: Joe Wright
Genere: Thriller
Durata: 111'
Interpreti: Cate Blanchett, Saoirse Ronan, Eric Bana, Olivia Williams, Michelle Dockery, Dee Bradley Baker, Tom Hollander, Jessica Barden, John MacMillan, Cyron Bjørn Melville, Nathan Nolan, Paris Arrowsmith
Sito web ufficiale: www.hannathemovie.com
Sito web italiano: www.hanna-ilfilm.it
Nelle sale
dal: 22/07/2011
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Completo
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Quello che colpisce in pellicole come “Hanna” è la silenziosa invocazione al mistero che sovraintende il doloroso ballo umano dietro i suoni di un’orchestra dove chi dirige si presenta con l’aspetto di una predestinazione esistenziale o realtà indotta ed inevitabile come la colpa originale.
Si tratta di un grido che sgorga dalla condizione nella quale un uomo o una donna nascono o nella quale si trasformano e che comunque a volta ghermisce l’innocenza di chi non ha ancora vissuto.
Il regista Joe Wright modifica la raffinata prosa narrativa di lavori sempre attenti all’indagine intimistica (“Orgoglio e pregiudizio”,”Espiazione”,”Il solista”) e dirige il geniale script della coppia di sceneggiatori Seth Lochhead e David Farr tessendo un racconto di stampo poliziesco ma con i toni pastellati di un dramma dalle tinte fantasy.
Quello che Wright non fa in “Hanna” è uscire dal suo seminato,correndo il rischio di vanificare il tocco artistico che,soprattutto in “Il solista”,ha confermato la sua firma d’autore.
Invece quello che il regista fa è restare fedele all’idea di analisi come tema di fondo,rovistando nell’intimo dei suoi personaggi con discrezione e rispetto,quasi in punta di piedi e disegnando figure vive e credibili senza fare rumore e creare ovvietà. Allora “Hanna”,un lavoro di fattura semplice,si dipana limpido e completo,rotondo ma non gonfio di bugiarde allegorie e,pur non volando in spazi nuovi,è capace di proporsi come veicolo per spunti di riflessione sempre più timidi nelle pagine del cinema di questo tempo.
Hanna (Saoirse Ronan) è un’adolescente cresciuta nella disciplina ferrea di chi deve diventare un’assassina fredda e determinata. Chi le fa da maestro è il padre Erik (Eric Bana),ex agente della CIA,che addestra la ragazzina in tecniche estreme di attacco e difesa apparentemente incurante dell’età della figlia.
I due vivono isolati in una capanna nelle lande gelate della Finlandia,dove la giovane cresce senza aver modo di conoscere nulla del mondo che pulsa al di fuori di quelle terre dimenticate.
Al momento opportuna Erik rivela alla figlia il motivo di quella preparazione marziale.
La ragazza dovrà difendersi da Marissa Wiegler (Cate Blanchett),corrotto agente CIA a sua volta assegnata del compito di eliminare Erik,fuggito dall’Agenzia portando con sé un segreto che non deve essere divulgato.
In un’improvvisa irruzione delle squadre speciali nel capanno,Hanna viene catturata e portata in Marocco dove conosce Marissa.
Riuscita a fuggire,la ragazza si dirige a Berlino,dove incontra il padre e riuscirà a confrontarsi in un tragico duello finale con l’agente.
Il racconto è fitto di elementi che riportano ai temi della classicità favolistica,sospetti ed allusioni tessuti con sapienza nell’intreccio di una trama serrata e densa di argomenti.
Solo in apparenza una spy story,”Hanna” si dipana in molte direzioni e su più livelli,lasciando solo in superficie l’impronta illusoria del film di genere. Dietro “Nikita” o “Leon” c’è l’intrico della complessità umana e delle relazioni fra gli individui.
Dietro “The Road” c’è il cammino di un legame fra padre e figlio che si coniuga con il loro viaggio verso la fine del mondo.
In “Hanna” confluiscono una rete di elementi che si irradiano oltre l’ordinarietà della narrativa poliziesca d’immagine.
L’impianto espositivo è imbastito su un ritmo di continuo crescendo e,come si passa da una condizione iniziale ambientale isolata e gelida ad una costruzione scenica urbana e in epilogo ludica – le scene fortemente evocative in un parco di divertimenti in stato di abbandono – così il respiro del film si allarga coinvolgendo i vari protagonisti in un viaggio conoscitivo progressivo e cadenzato da un passo di marcia ritmato e veloce.
In “Hanna” Wright affascina con i giochi di contrasto,transizioni visuali che conformano gli elementi della storia alla dimensione favolistica cui il regista ha voluto dare corpo in sequenze che maturano in un’armonia mai al di sotto di un livello di tensione intelligente ed emotiva.
Le immagini in apertura disegnano un quadro crudele e algido,un animale ucciso e scuoiato da una adolescente senza sorriso.
Alla scarna semplicità di Hanna,nel successivo cambio di scena segue la studiata complessità di Marissa,donna feroce e tagliente,chiusa fra le mura di un anonimo microcosmo,là dove Hanna è uno spirito liberato nello spazio della tundra.
Luci ed ombre si inseguono in un gioco di regia intermittente e dinamico,cui seguono i forti impatti visivi di movimenti spaziali,come il brusco spostamento di scena fra i condotti di areazione nelle mura della struttura della CIA e l’apertura alla superficie del deserto investito dal sole del Marocco.
I dialoghi sono rarefatti ed essenziali ed il film gravita attorno alle fredde bellezze delle protagoniste,in un tempo punto di confluenza di ogni attrazione visiva e attento aspetto prospettico di tutto il film.
Peraltro,il lavoro,scorrevole e fluido,non manca di incongruenze.
Qua e là,i luoghi di culto – cfr il senso di colpa immanente che permea la narrazione,il peccato originale da cui Hanna è segnata fin dall’inizio o la colpa di cui si macchia l’uomo per volersi ricreare in uno stato di perfezione non permesso – indulgono in eccedenze e bizzarrie non spiegate – Erik che lascia il suo rifugio in Finlandia diretto in Germania in giacca e cravatta,l’incontro delle due donne nel padiglione del parco a forma lupo dalle fauci spalancate (Grimm?),le maschere sfrontatamente inquietanti sui volti degli agenti delle squadre speciali nell’incursione al capanno - ,ma questi segni vengano considerati termini minimali in uno spettacolo in stato di grazia,tutt’altro che sofferente dei sintomi di povertà di espressione o fantasia,condizione,questa,che aiuta un sogno a diventare questa volta immagine di qualità e sensibile intelligenza.
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