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Scritto da Anna Maria Pelella   
domenica 30 settembre 2007

Il buio nell'anima
Titolo originale: The Brave one
USA: 2007. Regia di: Neil Jordan Genere: Thriller Durata: 119'
Interpreti: Jodie Foster, Terrence Howard, Nicky Katt, Naveen Andrews, Mary Steenburgen, Ene Oloja, Luis Da Silva Jr., Blaze Foster, Rafael Sardina, Jane Adams, Gordon MacDonald, Zoe Kravitz, John Magaro, Victor Colicchio, Jermel Howard
Sito web: wwws.warnerbros.it/thebraveone
Voto: 4
Recensione di: Anna Maria Pelella

ilbuionellanima_leggero.jpgErica Bain fa la cronista in una radio di New York e sta per sposare il fidanzato David. Ma una sera mentre i due sono a passeggio nel parco col cane di lei, vengono aggrediti da una banda, lei finirà in ospedale e lui ci rimetterà la vita. Uscita dall’ospedale Erica tenta una reazione, ma la sua paura è tale che per sentirsi più sicura ricorrerà al sistema che molti americani adottano da sempre, comprare un’arma. Solo che nel suo caso, essendo il tutto accaduto dopo l’undici settembre, sarà più facile premere il grilletto che girare le spalle ai cattivi che infestano ogni angolo della sua amata città.

Erica è l’unica americana che ancora va a passeggio di sera a Central Park, addirittura col cane e il fidanzato, evidentemente pensa di essere al riparo da tutte le cose brutte che da sempre succedono in quel posto appena cala la sera. Cose che milioni di film prima di questo ci hanno già mostrato nel dettaglio, e della cui ennesima versione si farebbe volentieri a meno. Ma lei non solo vive in un mondo in cui è possibile uscire di sera a New York e rimanere vivi, ma addirittura nel suo universo basta avere una pistola e di colpo tutto cambia faccia. Intanto la pistola acquistata illegalmente le consentirà di continuare a girare di sera, come ormai faceva soltanto Charles Bronson, ed è infatti a lui che pensa quando nell’emporio sotto casa un cattivo, nero e arrabbiato, uccide la cassiera in sua presenza e rapina la cassa. Ma se il caro vecchio Charles poteva essere accusato di fascismo, Erica si fa portavoce di un concetto assai più moderno cioè la giustizia preventiva nell’era di Bush. Concetto reso indispensabile dall’inferno in cui è sprofondata la città di Woody Allen, che in questo caso diviene preda di bande per lo più di colore, che ammazzano come fossero in guerra. Ovvio che se di guerra si tratta bisogna per forza reagire, e gli americani hanno un solo modo per reagire, attaccare per primi.
Ecco quindi una normale speaker radiofonica girare armata di notte e incappare nelle peggiori cose possibili, tutte insieme a due passi da lei e dalla sua pistola, cose che accadono nell’esatto momento in cui lei si trova presente e da sola, con soltanto una fragile arma tra lei e la prematura morte che senz’altro il bruto multietnico avrebbe in mente per lei. Ma lui non sa che lei è un’americana di razza pura e che decide di tirare fuori la grinta e applicare nel piccolo gli insegnamenti del suo presidente, se qualcuno ti potrebbe colpire, tu spara per primo, giustizia preventiva appunto.
Erica in realtà ha ben poco di umano, in parte grazie senz’altro al fattaccio occorsole nelle prime inquadrature, ma lei invece di curarsi e magari andare a vivere in un posto più tranquillo, sceglie di farsi giustizia da sola, come le ha insegnato la dinastia Bush, e scivola così ben presto nell’onnipotenza tipicamente americana anch’essa, e nell’espressione cyborg, che dovrebbe simulare un indurimento del cuore, ma che richiama alla mente dello spettatore il T1000.
Sorvolo sugli interminabili quanto inutili dialoghi con il poliziotto dal cuore buono, anch’egli un archetipo del cinema che non trova nessun riscontro nella realtà, e sulle innumerevoli azioni di guerriglia che la nostra eroina porterà a termine ai danni dei neri di New York, tutti cattivi tranne il poliziotto, ovviamente. Passerò direttamente al finale incredibilmente serioso in cui trova posto finalmente l’enunciazione di ciò che Erica spera di ottenere con il macello che ha inflitto alla città ed allo spettatore per quasi due ore, in italiano lei rivuole la sua vita, in originale il suo cane. Tutto qua, niente altro occorre al nostro giustiziere/cyborg, un cane che le ricordi la sua perduta umanità.
Ora bisogna dire che Neil Jordan è un discreto regista, ha fatto film buoni e meno buoni, ma adesso riesce assai difficile non notare la propaganda e il sottotesto che urlano in questo supponente filmetto, che pare un manifesto della peggior specie circa la necessità di difendersi ed i pericoli di deriva emotiva che questa nasconde. La regia e la fotografia, solitamente punto forte di Jordan qua vengono pesantemente soffocate dalla seriosità della narrazione e dalla fissità degli attori.
Jodie Foster ha perso la sua umanità già ai tempi di Panic Room, in Inside man iniziava ad essere molto più fredda del possibile persino per la parte che recitava, ma qua pare davvero un cyborg, che simula le emozioni come neanche in una fiction.
In pratica questo film richiama l’attenzione dello spettatore europeo sullo stato emotivo dell’americano medio di questi tempi, di modo che tutti possano capire come mai nonostante la loro dichiarata buona fede e il desiderio di esportare la democrazia, essi poi decidano sovente di votare gente che usa le bombe per risolvere i mali del mondo.

 
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