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La ragazza che giocava con il fuoco
Titolo originale: Flickan som lekte med elden
Svezia: 2009 Regia di: Daniel Alfredson Genere: Thriller Durata: 129'
Interpreti: Noomi Rapace, Michael Nyqvist, Lena Endre, Georgi Staykov, Sofia Ledarp, Micke Spreitz, Per Oscarsson, Paolo Roberto
Sito web: www.uominicheodianoledonne.it
Nelle sale dal: 25/09/2009
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Rivelatore
Mikael Blomkvist ,reporter e direttore della rivista Millennium è tornato attivamente ad occuparsi del giornale ed è impegnato in un eclatante caso di trafficking,il mercato del sesso,della prostituzione e il traffico di ragazze immigrate illegalmente in Svezia dalla Russia.
I due giornalisti incaricati di questa inchiesta vengono assassinati,i corpi rinvenuti da Mikael e sull’arma del delitto ci sono le impronte di Lisbeth,la hacker che collaborò con il direttore nell’inchiesta del primo episodio e che,dopo una lunga vacanza all’estero,ha appena fatto ritorno in patria.
Blomkvist non è convinto della colpevolezza della ragazza,sulla quale è stato emesso un mandato di cattura e si mette alla sua ricerca,con la speranza di riuscire a contattare la hacker, a Stoccolma ma ben nascosta,prima della polizia.
Così,mentre il reporter inizia la sua ricerca,Lisbeth ,a sua volta ricercata da una macchiettistica polizia,si mette al lavoro per cercare di capire chi l’ha incastrata e nel corso della sua indagine si troverà a dover far fronte ad una serie di scoperte ed eventi di grande sofferenza.
Con un tempismo che nello showbiz si presenta certamente con i connotati di una furbesca economia del calcolo sulla rispondenza, a quattro mesi dall’uscita di “Uomini che odiano le donne”,arriva sul grande schermo “La ragazza che giocava con il fuoco”,secondo appuntamento con la trasposizione cinematografica del fenomeno letterario “Millennium”,con cui il compianto Stieg Larsson si prese a cuore l’intenzione di rovesciare alcuni canoni ormai cristallizzati negli schemi configurati della politica della sua terra.
Stessi gli interpreti del primo episodio,il giornalista Mikael Blomkvist (Michael Nyqvist) e la disinvolta hacker Lisbeth Salander (Noomi Rapace),diverso l’approccio al fil rouge della trilogia e cambio alla regia,che vede alla manovella per questo secondo atto,Daniel Alfredson.
In “Uomini che odiano le donne” lo spettatore veniva invitato ad esplorare la dimensione interiore dei protagonisti della storia,un viaggio nel misticismo che permea tutta la pellicola e tradotto nelle immagini sofferte di foto e ricordi che,spirando dal passato,portano alla memoria la diafana figura di Harriet,spettro vacuo dell’incertezza esistenziale.
In “Uomini che odiano le donne” Mikael si muove spinto da un frustrante senso di vittimismo in cui si dibatte mentre affronta i dubbi che lo assillano nel corso della ricerca che lo ossessiona.
Nel secondo episodio l’uomo torna ad essere il giornalista di Millennium,la testata che vede orbitare intorno a sé ogni argomento che comporti una verità,scomoda o crudele,ma imprescindibile.
Quindi il reporter si ostina nella ricerca di una spiegazione agli eventi,fino alle condizioni estreme di una rivelazione che lambisce aspetti profondamente morali e politici.
Larsson ha voluto tradurre la cultura mediatica svedese in una storia che vedesse un giornale profondamente impegnato in indagini sociologiche e politiche,rivolte a rivelare verità scomode e celate dietro i poteri forti ed altolocati.
Il regista ha sviluppato questo elemento di natura investigativa nell’intera pellicola,ponendo al centro del racconto l’analisi mediatica e la ricerca giornalistica,modificando il prospetto registico rispetto al primo episodio.
Il materiale a disposizione del filmaker viene sviluppato sul filo delle tre inchieste parallele portate avanti dai protagonisti,con i coinvolgimenti psicoanalitici imbastiti sul conflitto lacerante fra Lisbeth e suo padre,lasciando peraltro uno spazio per la lettura di una sottotrama che si innerva nel contesto sociopolitico di una nazione la cui immagine va rivista nella scena fortemente simbolica della sentenza di morte emessa dal padre nei confronti della figlia inginocchiata sull’orlo della stessa fossa che accolse molti “dissidenti” di uno Stato profondamente socialdemocratico.
Una espressione politica,dunque,innestata nel ritmo di un buon noir che valica i confini di una spettacolarizzazione preminentemente nordeuropea (e a volte si vede fin troppo bene),per riversarsi su un pubblico planetario affascinato dal suo legame con la letteratura poliziesca.
Alfredson afferra la steadycam seguendo i protagonisti molto da vicino,con lenti movimenti ed impostando inquadrature ravvicinatissime,lavorando sui corpi,sui visi,sulle espressioni,sulle mimiche così lontane da Hollywood,come quelle di Lisbeth,donna trasfigurata in una sofferenza retaggio di un continuo sopruso subito nell’adolescenza.
Sul suo corpo e sulla sua persona si leggono i segni concreti della reazione ad uno stato di patimenti mai sopito,di una condizione esistenziale forzata ai limiti estremi dell’una dignità,di una lite interiore con la vita,con cui è in eterno conflitto e nei confronti della quale si pone in atteggiamento di continua provocazione,nella sua sessualità,nella configurazione del proprio corpo e nella sua violenta aggressività.
Il film procede con un ritmo che scandisce il procedere delle indagini,molto attento a svelare le ragioni che hanno portato i protagonisti ad essere quello che sono,così come sono stati conosciuti nel primo film.
Allora si viene a conoscenza dei motivi che hanno spinto Lisbeth ad odiare il padre,al punto di cospargerlo di benzina e dargli fuoco (cfr. Giovanni Ribisi in “The Gift” di Raimi).
Un universo di indizi e ragioni che viene messo a fuoco,spalancandosi in rivelazioni nascoste e confessioni sorprendenti,non sempre con chiarezza e fluidità,ma con qualche difficoltà di comprensione in alcuni passaggi.
Lo spunto del trafficking si dilata in una denuncia sull’abuso sessuale,lo sfruttamento e il mercato della prostituzione,il sesso a pagamento a beneficio della sfera politica e dell’organismo legislativo di una democrazia ipocrita e artefatta,pronta a celarsi dietro le false identità dei suoi rappresentanti e a fornire mezzi illeciti ai rifugiati russi.
Stieg Larsson riversa tutti questi elementi nel secondo capitolo della sua saga “Millennium”,fedelmente tradotto in questo thriller pieno di ombre ed inquietudini,luci e riflessi,gettati su un palcoscenico popolato da persone ed eventi complessi e multiformi.
Tutti raccolti in un insieme che è teatro di un dramma,di una denuncia e di una ricerca che è riscatto,giustizia e verità.
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