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Valutazione utente: / 18
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Scritto da Anna Maria Pelella   
mercoledì 23 marzo 2011

Man of Vendetta
Titolo originale: Pa gwi dwin Sa na
Corea del Sud: 2010  Regia di: Woo Min-ho Genere: Thriller Durata: 114'
Interpreti: Kim Myung-Min Uhm Ki-Joon Kim So-Hyun Park Joo-Mee Lee Byung-Joon
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella
L'aggettivo ideale: Rapito

Man of VendettaLa figlia del reverendo Joo Young-soo è stata rapita, ma al momento della consegna del riscatto il rapitore si allontana perché ha intuito la presenza della polizia.
Otto anni dopo Young-soo riceve una telefonata che lo avvisa che Hye-rin è ancora viva.

Contrariamente a quanto lascia presagire il titolo internazionale, “Man of Vendetta” non è un revenge-movie, ma l’amaro ritratto delle conseguenze di una perdita devastante come quella di una figlia.
Almeno nelle intenzioni ci sarebbe anche da considerare la ricaduta morale di tale esperienza, ma purtroppo ci duole segnalare che il tutto si disperde in mille rivoli che si incanalano nel più riconoscibile filone del killer psicopatico.

Il reverendo Joo Young-soo, dopo un sermone sull’importanza del perdono, si spoglia con rabbia dell’abito talare tra la costernazione dei fedeli. In seguito alla scomparsa di Hye-rin, Young-soo ha perso la fede. Lo ritroviamo otto anni dopo, business man di scarso successo che si barcamena per tirare avanti. Completamente mutato, si abbandona a un rassegnato cinismo che gli permette di sopravvivere.
E’ convinto che la figlia sia morta, mentre la moglie Kim-young continua a sperare. La donna assilla la polizia e distribuisce volantini nelle strade, finchè un giorno viene investita da un’auto.
Quasi contemporaneamente, Young-soo riceve la telefonata del rapitore che gli chiede un consistente riscatto. Soldi che lui non possiede, e che deve affrettarsi a trovare.
Il protagonista si troverà quindi costretto a fare delle scelte, alcune delle quali abbastanza drastiche.


Il tema del rapimento di un minore è assai declinato nella filmografia coreana. I titoli sono moltissimi e la varietà ricopre tutte le possibili combinazioni. Si va dal più comune noir di ambientazione metropolitana, in cui il rapito muore nel secondo fotogramma e i suoi sfortunati genitori corrono su e giù per la città con una grossa valigia seguendo le istruzioni del rapitore sadico, fino alle storie leggermente più sostenibili di ispirazione americana, in cui il bambino viene salvato appena in tempo, passando attraverso tutte le varianti del caso e le sfumature possibili che coinvolgono un rapitore psicopatico e dei genitori che per salvare il figlio fanno cose inimmaginabili.
Ma in ogni caso non ci viene mai risparmiata una buona dose di choc culturale alla vista di una società che tratta i bambini e le donne come fossero animali e in cui la vita umana vale davvero poco.
Questo “Man of Vendetta” non solo non sfugge alla conta dei titoli che quest’anno si son trovati a ingrossare il filone, ma addirittura ne rappresenta in un certo qual modo la summa, se non per estro, almeno per il pedissequo allineamento di temi e eventi comuni a tutti i film che hanno per tema il rapimento.
C’è in primo luogo una famiglia devastata e un certo numero di eventi collaterali che aggravano la già triste situazione di chi perde un figlio.
E naturalmente c’è il rapitore e potenziale serial killer, munito di regolamentare cappellino da baseball, che si diverte non tanto a spendere i soldi estorti, ma a vedere i genitori correre su e giù per portargli il denaro che, spesso, non servirà comunque a comprare la vita dei loro figli. Si nota la curiosa assenza del tema, comune a tutto il genere noir coreano, della polizia che non capisce nulla e si fa menare per il naso dal rapitore, il quale però, spesso, fa tanti di quegli errori da lasciare il dubbio che voglia essere preso al più presto.

Le armi sono sempre da taglio o oggetti contundenti, asce, martelli e tutto quel che si trova a portata di mano vengono usati come supporto alla lotta  senza quartiere che si scatena quando il maniaco di turno commette l’errore di sottrarre l’amato pargolo a un genitore amorevole. In questo caso si nota però un certo calo di creatività, e ci tocca segnalare che l’unico uso fuori contesto di un oggetto dall’impiego quotidiano si registra nel bagno di una dimora signorile.
Non mancano riferimenti a lavori più riusciti o originali, come il piglio stanco e un tantino seccato del rapitore quando viene scoperto e si trova costretto a uccidere ignari passanti o poliziotti che non tirano dritto, o il coinvolgimento di un certo numero di automobili nel corso di inseguimenti e cacce all’uomo scatenate sempre da un’imprudenza del rapitore e stroncate sul nascere dal terribile traffico coreano.

Ma il vero peccato in questo, per molti versi onesto film, è l’assoluta mancanza di tensione reale, non c’è neanche un momento in cui temiamo sul serio per la sorte del padre cacciatore impavido o della bambina rapita, il tutto è tristemente raccontato in presa diretta con lo sguardo puntato dritto in faccia all’irritante maniaco, il quale oltretutto si fa quasi incastrare a causa di un banalissimo hobby.
Tutto qua. Niente geniali colpi di scena, o imprevedibili ricadute e contrappassi. Neanche brillanti accorgimenti di regia volti a stupire chi guarda con l’abilità di rinverdire il già visto vestendolo di stupefacente. Nulla. E proprio per questo, nonostante la discreta prova degli attori e la trama vagamente interessante, questo film lascia lo spettatore con la sensazione di aver aggiunto un titolo al proprio filone preferito, ma di quale titolo si tratti sarà difficile ricordarlo tra qualche tempo.

 
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