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Valutazione utente: / 15
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Scritto da Nicola Picchi   
venerdì 17 dicembre 2010

Moss
Titolo originale: Ikki
Corea: 2010  Regia di: Kang Woo-suk Genere: Thriller Durata: 163'
Interpreti: Park Hae-il, Jung Jae-young, Yoo Joon-sang, Yoo Seon, Heo Joon-ho, Yoo Hae-jin, Lee Yeong-ji
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Letargico

MossRobusto regista mainstream, Kang Woo-suk ha firmato in passato prodotti di buon successo commerciale, quali “Silmido”, “Hanbando” e la serie dei “Public Enemy”. In questo caso adatta per il grande schermo un fortunato manhwa di Yoon Tae-ho, inseguendo la fedeltà a tutti i costi ma perdendo il confronto con le tavole originali.

Il prologo, datato 1978, introduce i protagonisti: il detective Chun Yong-duk e il predicatore Ryu Mok-yeong, il quale viene gettato in prigione con l’accusa di aver estorto del denaro ai suoi fedeli.
Se Ryu cerca la redenzione dai peccati, Chun ha dei fini molto più terreni, e per perseguirli non esita a servirsi del carisma di Ryu. Dopo molti anni Ryu Hae-guk, figlio di Mok-yeong, si reca nel villaggio per presenziare ai funerali del padre ma, insospettito dall’ostilità degli abitanti, decide di indagare sulla sua morte.

L’ambientazione in un piccolo villaggio rurale, apparentemente idilliaco, conferma lo stereotipo della cittadina di provincia come luogo di nequizie. In questa articolata ragnatela di connivenze, non esistono innocenti; tutti hanno qualcosa da nascondere, ognuno ha delle colpe pregresse che meglio sarebbe non venissero mai portate alla luce.
Chun Yong-duk, il quale ha raccolto intorno a sé un pittoresco terzetto di criminali redenti, allo scopo di servirsene per il potere e l’arricchimento personale, è il grande manipolatore. Certo dell’immunità, Chun è il padre padrone della comunità, pronto a passare in un attimo dal paternalismo retorico alla violenza. Abita in una casa che, come nota il Procuratore Park, è simile ad un “castello feudale”, ed è egli stesso l’eredità di un’altra epoca, forse degli anni della dittatura di Park Chung-hee, all’epoca giudicata “brutale ed eccessiva” persino dall’amministrazione americana che la sosteneva, di cui il ferreo dominio esercitato dal capo villaggio può essere un’efficace metafora.

Tunnel sotterranei collegano fra di loro le abitazioni per permettere a Chun, ex poliziotto dal manganello facile, una sorveglianza capillare, e i contratti di cessione dei terreni, che hanno permesso la crescita e il benessere economico della comunità, sono sigillati con impronte che grondano sangue.
Non a caso, il tempo nel villaggio sembra essersi cristallizzato agli anni ’70 e Chun, con la sua ossessione del controllo e le sue antiquate modalità di relazione, non sembra essersi reso conto di essere stato superato dai tempi.
Rivangare nel passato, senza limitarsi ad esistere passivamente come il muschio del titolo, disseppellisce cadaveri ormai dimenticati, in questo caso i fedeli di una chiesa evangelica trucidati in massa, ma spetta ai figli (Hae-guk) portare alla luce le colpe dei padri e svelare anni di violenze, intimidazioni e corruzione. Il mistery, genere poco frequentato nel cinema coreano, ha una struttura basata su colpi di scena e rivelazioni progressive, in questo caso procrastinate fino allo sfinimento per 163 interminabili minuti. Il punto di vista dello spettatore è fatto coincidere con quello del protagonista, senza che questo riesca a produrre il seppur minimo coinvolgimento.
L’ostinato Hae-guk sfugge a ben tre tentativi di omicidio, i quali in due casi si ritorcono contro i suoi aggressori, ma neanche questi movimentati interludi contribuiscono ad innalzare la tensione, e alla fine ci si ritrova ad implorare per una soluzione, una qualsiasi.
Con l’eccezione di Young-ji, schiava sessuale degli abitanti del villaggio e, forse, regista occulta dell’intera vicenda, i personaggi di contorno sono alquanto bozzettistici, e la loro rappresentazione si basa su una rassicurante contrapposizione tra il mondo cittadino, con cui si identifica l’occhio di chi guarda, e quello rurale, alla stregua di quanto accadeva nel ben più riuscito “A Bloody Aria” di Won Shin-yeon.

La regia di Kang Woo-suk è convenzionale, e i letargici movimenti di macchina non possiedono un decimo del dinamismo delle tavole di Yoon Tae-ho, senza riuscire a valorizzare neanche l’ottimo lavoro svolto dagli scenografi Jo Seong-wong e  Lee Tae-hoon. 
Faticoso nell’esposizione, oberato dai flashback, asfittico nelle inquadrature, accademico nel montaggio, smorto nella fotografia, serioso nei toni, “Moss” si salva parzialmente dal disastro per merito dei due attori protagonisti, Park Hae-il (The Host, Memories of Murder) e Jung Jae-young (Castaway on the Moon, Welcome to Dongmakgol) che, pur penalizzato da un prevaricante make-up, dipinge un torvo Chun Yong-duk. Il film è stato uno dei maggiori successi dell’anno e, in maniera del tutto inspiegabile, ha fatto incetta di premi sia ai Daejong Film Awards che ai prestigiosi Blue Dragon Film Awards.
Preferire come miglior regista Kang Woo-suk a Im Sang-soo, lascia sospettare nei giurati una forte intossicazione da soju, tradizionale bevanda coreana.

 
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