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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 29 luglio 2013

Titolo: New World
Titolo originale: Sinsegye
Corea: 2013. Regia di: Park Hoon-jeong Genere: Thriller Durata: 134'
Interpreti: Choi Min-sik, Lee Jung-jae, Hwang Jeong-min, Park Seong-ung, Ju Jin-mo, Song Ji-hyo, Jang Gwang
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal:
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Bidonato
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new_world_leggero.pngDopo la morte del boss della Goldmoon, una potente organizzazione mafiosa, devono svolgersi le votazioni che determineranno l’elezione del nuovo presidente. I principali candidati alla successione sono Lee Joong-go e Jeong Cheong, che cominciano a manovrare segretamente uno contro l’altro. Nella complessa partita s’inserisce il braccio destro di Jeong Cheong, Ja-sung, un poliziotto infiltrato dal capitano Kang, il cui obiettivo consiste nel controllare la Goldmoon influenzando la scelta del successore.

Park Hoon-jeong, sceneggiatore di punta del cinema coreano (suoi “The Unjust” e “I Saw the Devil”), esordì come regista nel 2010 con il sottovalutato “The Showdown”, atipico Kammerspiel in costume che doveva qualcosa al cinema di Kurosawa Akira.
Con “New World” firma il miglior gangster-movie degli ultimi anni, superiore anche al “Nameless Gangster” (2012) di Yoon Jong-bin, che era sì denso di pertinenti annotazioni antropologiche, ma più interessato a delineare un panorama al vetriolo sull’intreccio tra criminalità e politica nella società coreana. “New World” è invece, per così dire, un gangster-movie “puro”, scevro da preoccupazioni di stampo sociologico e orgoglioso di muoversi con competenza all’interno nelle dinamiche del genere.

Park, come regista, dimostra in questo caso un discreto strabismo, guardando contemporaneamente a oriente e a occidente. Da un lato assume come riferimento principe la saga coppoliana de “Il Padrino”, a cui paga pegno nell’ormai classico finale a montaggio alternato, dall’altro tiene ben presenti i due “Election” di Johnny To e “Outrage” di Kitano (nonchè un pizzico di “Infernal Affairs”), da cui mutua l’attenzione alle liturgie e ai complessi rituali di una mafia indistinguibile da una qualsiasi multinazionale. Che si tratti di Triadi, di Yakuza o di Kkangpae (la mafia coreana), in tempi di globalizzazione non esistono differenze esteriori; identici gli uffici da grande corporation, gli abiti griffati, le berline nere, i funerali o i ristoranti di lusso.

Quello di Park è sempre stato un universo tutto al maschile, e “New World” non fa eccezione. Ja-sung, infiltrato da 8 anni nella Goldmoon, è allo stremo delle forze, e spera che l’incarico gli venga revocato dopo la morte del boss. Il capitano Kang, che lo ha reclutato e ha concepito l’operazione “New World”, è invece fedele alla propria idea di contenimento e non esita a manipolarlo, rassegnato ai danni collaterali. Ma Ja-sung è anche un buon amico di Jeong Cheong, gangster decisamente sopra le righe, che alla resa dei conti si dimostrerà il personaggio più complesso del terzetto. Nella triangolazione s’inserisce Lee Joong-go, sostenuto dall’ala più conservatrice della Goldmoon, che disprezza Jeong Cheong perché d’origine cinese.

Da sceneggiatore smaliziato, l’autore dedica più tempo a scolpire i caratteri che all’azione pura. La violenza scorre come corrente elettrica a basso voltaggio, placida e ineluttabile come i bidoni di carne e cemento che periodicamente rotolano in mare, per poi coagularsi in due sequenze esemplari per inventiva e costruzione della suspense: quella nel magazzino portuale a Incheon, in cui Ja-sung teme di essere stato smascherato, e la violentissima e tragicomica aggressione nell’ascensore.
Park evidenzia perfettamente l’assoluto relativismo della morale, sia per i poliziotti che per i criminali, entrambi con la consapevolezza che il “nuovo mondo” non potrà essere tanto diverso da quello vecchio; nel mezzo troviamo una robusta dose di razzismo verso i coreani di origine cinese (vedi i killers della prefettura autonoma di Yanbian), e il prediletto tema dell’amicizia virile, cui è dedicata una nostalgica chiusa dal sapore tipicamente autoctono.

Merito della riuscita del film va anche a tre attori in stato di grazia, dal sempre impeccabile Choi Min-sik (Kang) al sempre più maturo Lee Jung-jae (The Housemaid, The Thieves) nella parte di Ja-sung, anche se la menzione d’onore va a Hwang Jeong-min (The Unjust, A Good Lawyer’s Wife) nel ruolo di Jeong Cheong, il più articolato e complesso.
Nel comparto tecnico, si segnala invece la fotografia livida di Jeong Jeong-hun, collaboratore fisso di Park Chan-wook, e la colonna sonora epico-malinconica di Jo Yeong-wook. Sembra che la Sony abbia acquisito i diritti del film per realizzarne un remake americano, progetto che ci si augura destinato a rimanere tale.

 
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