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No Mercy PDF Stampa E-mail
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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 31 maggio 2010

No Mercy
Titolo originale: No Mercy
Corea: 2010  Regia di: Kim Hyeong-joon Genere: Thriller Durata: 125'
Interpreti: Seol Kyeong-gu, Ryoo Seung-beom, Han Hye-jin, Seong Ji-roo, Park Sang-wook, Nam Kyeong-eup
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Duplice

No MercyKang Min-ho, patologo forense, viene incaricato di effettuare un’autopsia sul corpo di una ragazza assassinata, rinvenuta sulla riva di un fiume.
Min Seo-yeong, la detective incaricata delle indagini, crede di individuare il colpevole in Lee Seong-ho, attivista di un gruppo di ambientalisti. Quando la figlia di Kang viene rapita da un amico di Lee, tra i due inizia un gioco pericoloso.

“No Mercy” inizia come un qualunque episodio di “Dexter”: il corpo di una ragazza, sezionato con precisione chirurgica, viene trovato sulla riva di un fiume. Benchè gli arti siano stati ricomposti, un braccio è mancante, e il delitto viene subito investito d’un significato simbolico, cifrato, come nella migliore (o peggiore) tradizione del thriller americano. I killer, seriali o meno, sono eccentrici enigmisti che si dilettano nell’inscenare macabre sciarade a beneficio del pubblico, il cui unico limite è l’immaginazione dello sceneggiatore di turno. Inutile dire che nella realtà ciò non accade mai; che siano i sette peccati capitali, allegorie bibliche molto gettonate, vaneggiamenti cristologici o estetizzanti anamorfosi, allo spettatore si nega la soddisfazione di un delitto pulito e netto, e si preferisce trastullarsi con soluzioni lambiccate, scambiando una contorta improbabilità per intelligenza. Risolvere cruciverba non è garanzia d’acutezza, ma in questo caso si decide, almeno all’inizio, di seguire pedissequamente questa impostazione. Il braccio mancante emerge in una fabbrica, spuntando da un cumulo di cemento; la detective Min non ci mette molto a mettere in relazione l’avvenimento con le attività di un gruppo ambientalista, che si batte contro la costruzione di alcune dighe che altererebbero l’ecosistema dell’area.
Si procura un libro scritto dal capo del movimento e, in un briefing a cui abbiamo la sensazione di aver assistito un numero infinito di volte, individua il colpevole tramite una cartina geografica e una fotografia della Venere di Milo.

Fino a qui ci troviamo nel campo del materiale da importazione, tanto più semplicistico quanto più machiavellico.
Riproporre l’ottusa vacuità del thriller a stelle e a strisce significa inseguire un modello culturale estraneo alla cultura autoctona, utilizzare in maniera imitativa uno schema usurato senza avvedersi che costituisce assieme un peggioramento e una rinuncia. Ma “No Mercy” è un’opera in cui coesistono due anime, che si combattono furiosamente. La prima fasulla, che il regista buttà lì come atto dovuto senza crederci troppo, la seconda più specificamente coreana, anche negli eccessi melodrammatici.
Le ragioni del gioco crudele tra Kang e Lee sono sepolte in un lontano passato, che scopriremo man mano che si dipanano centellinati flashback, tra colluttazioni brutali e corse al ralenti scandite da un respiro che è già un rantolo.
Le gelide manipolazioni e la rabbia di Lee, la disperazione di Kang, disposto anche ad alterare le prove o a fabbricarne di false pur di salvare la figlia, la muta impotenza di Min, a cui è delegata la veste di testimone, sono tutti elementi che si salderanno quando due sofferenze speculari saranno costrette a confrontarsi e a riconoscersi in una situazione di scacco esistenziale.
Il crudelissimo finale, impensabile nel mainstream americano, colpisce allo stomaco, pur essendo parzialmente guastato da un eccesso di pathos che ne sprizza fuori come da un frutto troppo maturo.

Come sempre accade nel cinema coreano, i poliziotti sono un composito assortimento di cialtroni, e gli obbligati e stridenti siparietti comici sono riservati a Yoon (Seong Ji-roo), un veterano che affianca Min nelle indagini.
“No Mercy” non è perfetto e Kim Hyeong-joon, regista esordiente e sceneggiatore, mette troppa carne al fuoco, ma il film acquista una sua forza paradossale da questa dicotomia tra due modi diversi, e opposti, di intendere il cinema.
La sua regia è corretta, pur senza raggiungere picchi elevati, ma può contare sulla sofferta intensità della recitazione di Seol Kyeong-gu (Peppermint Candy, Oasis) nella parte del tormentato Kang, mentre Ryoo Seung-beom (Sympathy for Mr.Vengeance, Crying Fist) nel ruolo di Lee e Han Hye-jin, al suo debutto cinematografico dopo molte serie televisive, sono convenzionali.
Il film si è comunque assicurato un buon successo di pubblico, tanto che è al terzo posto tra gli incassi del 2010.

 
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