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Scritto da Piergiorgio Ravasio   
sabato 23 febbraio 2008

Non è un paese per vecchi
Titolo originale: No country for old men
USA: 2007. Regia di: Joel e Ethan Coen Genere: Thriller Durata: 122'
Interpreti: Tommy Lee Jones, Javier Bardem, Josh Brolin, Woody Harrelson, Kelly Macdonald
Sito web: www.nocountryforoldmen.com
Nelle sale dal: 22/02/2008
Voto: 5
Recensione di: Piergiorgio Ravasio

nonunpaesepervecchi_leggero.jpegEsplosi sulla scena cinematografica americana con l’autorevole noir comico classico “Blood simple – Sangue facile”, i due fratelli Coen hanno contraddistinto la loro carriera registica con alcune delle storie per il grande schermo più originali e piene di inventiva dei
nostri tempi, fra cui “Il grande Lebowski”, “Barton Fink”, “Fargo” e “Fratello dove sei?”.
Proseguendo nel loro stile, originale ed unico, di cinema di alta qualità, reduci da due Golden Globe e lanciati ora verso le gloriose statuette (otto le candidature ricevute per gli imminenti Oscar), i due cineasti si cimentano con l’incrocio delle storie di tre uomini nel selvaggio west, tra le aride e maestose terre di confine fra Texas e Messico.
Luoghi che hanno una loro storia di violenza e inospitalità, terre in rapido cambiamento, dove la mancanza di leggi ha portato all’espansione del mercato della droga e dove le vecchie regole sembrano non trovare più applicazione. LLewelyn Moss, interpretato da Josh Brolin (già collaudato sul campo del contrabbando di droga nel recente “American gangster”) è un veterano militare che, in un momento di istintiva debolezza, si caccia in un pasticcio scoprendo, e decidendo di portare con sé, un’ingente somma di denaro tra i relitti di un affare di droga andato a male. Bell, con le fattezze del “fuggitivo” Tommy Lee Jones, è lo sceriffo che, dopo aver attraversato la “valle di Elah”, con il suo secco senso dell’umorismo e una morale decisamente solida (bravo vecchio ragazzo dal cuore d’oro che non avrebbe mai infranto la legge), si cimenta nell’ardua impresa di migliorare il mondo nonostante i suoi innumerevoli sforzi sembrano non sortire effetto alcuno.
Anima del film e perno della storia, emblema del forte e disperato anelito verso un ritorno ad un più onorevole passato in cui le cose funzionavano meglio, Bell dovrà rassegnarsi a contemplare i luoghi maestosi e selvaggi nei quali le anime sono destinate ad avanzare con fatica a causa della perdita di qualunque valore.
Terzo personaggio – sicuramente il più apprezzato della pellicola – è il simbolo della nuova violenza, lo spietato e inarrestabile, il killer che incarna il cuore sinistro del mondo della droga nelle terre di confine e che non si lascia dietro alcun testimone nella sua missione di recuperare il cospicuo malloppo.
Personaggio ombroso capace di arrivare ad intensità estreme, i fratelli Coen non potevano che chiamare a rapporto Javier Bardem: l’acclamato attore spagnolo, primo ad essere candidato ad un Oscar e ora (nota di colore: lo sfoggio di un insolito taglio di capelli), fresco di ruolo da “ultimo inquisitore”, ben avviato ad indossare le vesti di questo strano e spaventoso personaggio.
Fa da cornice all’intera vicenda il libro di Corman Mc Carthy a cui il film si ispira.
Considerato uno dei più importanti ed abili narratori dei nostri tempi, leggenda moderna e voce fuori coro all’interno del mondo letterario, in tutti i suoi romanzi non manca di descrivere situazioni di emarginati, persone disperate che tentano di restare aggrappate ad un senso di onore e di libertà ormai assenti nell’America contemporanea.
Ma come spesso succede il passaggio da un libro al grande schermo non è così sempre ben riuscito.
Sarà fedele l’impostazione molto dark, saranno rispettati i toni comicamente neri, saranno ossequiose le immagini austere, dure e il sottile umorismo. Ma alla fine di tutto cosa rimane?
Un film noir, con le solite strade in perfetto stile western, uno sfoggio di stivali e cappelli da cowboy, dei dialoghi estremamente contenuti, una colonna sonora praticamente assente, una durata eccessiva, una narrazione meccanica, una tensione in deciso calo nella seconda parte del film (soprassediamo sul finale…), un linguaggio cinematografico troppo asciutto e lento.
Non ne abbia a male Casa Coen se, questa volta, ci permettiamo di criticare il loro indiscusso impegno nel denunciare un mondo che va a pezzi, infrangendosi contro la crudeltà e la violenza dei tempi moderni.
Forse ci possiamo trovare d’accordo con lo Sceriffo Bell quando si convince che “la speranza se ne è andata per sempre”. Un po’ come la nostra dopo un’ora di proiezione.
Sarà ancora possibile salvarsi? Forse sì: magari cominciando a scegliere un altro film.

 
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