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Scritto da Nicola Picchi   
sabato 09 agosto 2008

Open City
Titolo originale: Open City
Corea: 2008 Regia di: Lee Sang-gi Genere: Thriller Durata: 112'
Interpreti: Kim Myung-min, Son Ye-jin, Kim Hae-sook, Son Byung-ho, Shim Ji-ho, Yoon Yoo-seon
Sito web:
Voto: 5,5
Recensione di: Nicola Picchi

open_city_leggero.jpegDae-yung è un poliziotto di Seoul, abbandonato da bambino dalla madre Man-ok, borseggiatrice di professione. Jang-mi è un’affascinante ladra che, tornata a Seoul dal Giappone, sta formando una nuova banda e vorrebbe coinvolgere Man-ok, che ha conosciuto in prigione, ma l’anziana donna rifiuta, sperando di redimersi agli occhi del figlio. Nel frattempo a Dae-yung viene assegnato il compito di indagare sul gruppo di Jang-mi, e senza sapere che lei ne è a capo, intreccia con la donna una pericolosa relazione.
Melodramma famigliare sotto le mentite spoglie del film noir, “Open City” è un oggetto ibrido, non perfettamente riuscito, ma dotato, almeno sulla carta, di una certa originalità e meno derivativo di tanti altri. Esordio di Lee Sang-gi, il film ha avuto ottimi incassi ma ha raccolto feroci stroncature, alcune delle quali eccessive, che chiamano in causa non tanto la sua regia quanto l’improbabilità della sceneggiatura, peraltro scritta dallo stesso regista. Contrariamente al solito, al suo centro c’è una seducente “femme fatale”, interpretata da un’ottima Son Ye-jin (Art of Seduction, April Snow), il cui personaggio è troppo sfaccettato per impersonarne efficacemente l’archetipo. Effettivamente Jang-mi non è né buona né cattiva, e, se non svetta per perfidia, neanche sembra in grado di architettare piani diabolici. E’, diciamo così, una “femme fatale” suo malgrado, e se questo aggiunge profondità al personaggio, ne mina anche le possibilità di riuscita: nel genere, molto meglio le donne protagoniste della riuscita serie di film per la tv “Seduction of Eve” (2007), i cui quattro episodi si consiglia di recuperare in dvd.
Il secondo punto debole della sceneggiatura sta invece nell’assunto principale del film, sembrando in effetti poco credibile una simile mobilitazione di forze di polizia per una semplice banda di borseggiatori, sia pure con il nome di una corporation (Samsung Gang?), non sappiamo se così soprannominata con intenti polemici o meno. “Open City” comincia come un noir che esplora il piccolo sottobosco criminale di Seoul, anche se con un taglio glamour e patinato che mal si addice all’argomento, ben diverso dalla crudezza dei suoi corrispettivi di Hong Kong o dall’aerea leggerezza dello “Sparrow” di Johnnie To. Ben presto gli scontri tra bande per contendersi modeste porzioni di territorio e i furti con destrezza passano in secondo piano, e l’accento si sposta sulla storia personale di Dae-yung e sul suo rapporto con la madre Man-ok, la quale lo ha abbandonato in giovane età lasciandolo ad occuparsi della sorella, che soffre di crisi di epilessia. Ora la madre è appena uscita di prigione ed è diventata una vagabonda, ammalata di diabete. Man-ok vorrebbe riconciliarsi con Dae-yung, ma il rancore accumulato dal figlio rende la cosa impossibile, e la donna si troverà coinvolta suo malgrado nel piano architettato da Jang-mi. E qui Lee Sang-gi può dare sfogo alla sua evidente propensione per il melodramma, con grande abbondanza di flashback virati in seppia ma anche con grande ingenuità e una certa faciloneria. Il flashback conclusivo, poi, è di tale superflua ridondanza da sfiorare il ridicolo e da farci rammentare la lamentazione, fatta da Lee Myung-se al Korea Film Fest dello scorso anno, sulla carenza di sceneggiatori nel cinema coreano. Spessissimo, infatti, i registi sono costretti a fare da soli, non sempre a loro beneficio.
Son Ye-jin cerca di evadere dai suoi ruoli consueti e di trasformarsi in consumata seduttrice, con l’aiuto di un impressionante numero di cambi d’abito, ma, nonostante la bravura, non sembra trovarsi a proprio agio, mentre Kim Myung-min (Sorum, Into the Mirror) appariva più convincente nel precedente, e poco riuscito, “Return”. 

 
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