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Paranoid Park PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Maria Pelella   
martedì 04 dicembre 2007

Paranoid Park
Titolo originale: Paranoid Park
USA, Francia: 2007. Regia di: Gus Van Sant Genere: Thriller Durata: 85'
Interpreti: Taylor Momsen, Jake Miller, Daniel Liu, Gabe Nevins, Lauren McKinney, Winfield Jackson, Joe Schweitzer, Grace Carter, Scott Patrick Green, John Michael Burrowes
Sito web: www.paranoidpark-lefilm.com
Nelle sale dal: 07/12/2007
Voto: 7
Recensione di: Anna Maria Pelella

paranoidpark_leggero.jpgAlex è un adolescente che frequenta il Paranoid Park, un sottoponte per appassionati di skateboard. Una sera causa involontariamente la morte di una guardia di sicurezza e da quel momento in poi il suo conflitto interiore non lo lascerà più.
Alex è solo il più recente tra i cherubini di Van Sant, biondo, efebico e con un eterno broncio, attraversa su uno skateboard l’intera storia senza mai guardarsi indietro. Le sue tracce sono quelle delle ruote e, disgraziatamente una sera anche del corpo di una guardia di sicurezza, lasciato a morire su un binario a monito perenne della sua vigliaccheria. Le persone che lo circondano sono tutte più o meno come lui, poco interessate al mondo e troppo chiuse nelle loro cose, motivo per cui diventa praticamente impossibile per Alex stabilire un contatto con qualcuno, fosse anche solo per scaricarsi la coscienza. Jennifer, la sua ragazza non riesce neanche a capire che c’è qualcosa che non va, o meglio lo capisce e fraintende, come è buona norma a quell’età. Jared e gli altri suoi amici per quanto presenti e, in senso fisico persino vicini, non vengono resi partecipi neanche un attimo dei suoi sentimenti. Il diario è l’unica sua voce, e finirà inascoltata, come tutti i segnali che egli lancia debolmente qua e là.
Van Sant gioca molto con le immagini regalandoci alcune poetiche inquadrature di volteggi, e sgranate immagini in super8, per evocare sentimenti che nel film vengono solo sfiorati.
L’estetica personalissima del regista è la prima protagonista della storia, soltanto dopo vengono i contenuti, volutamente confusi ed offerti in sequenze non lineari, ma talmente belle da indurre nello spettatore il desiderio di vedere, prima ancora di capire quello che accade.
L’universo estetico di Van Sant è un luogo altro, regno incontrastato del silenzio, o al massimo di musiche famose ed evocative, ed è un tale incredibile posto da rendere possibile una cosa altrove neanche immaginabile, il trapelare del disagio interiore attraverso la pacatezza delle espressioni di superficie. Alex è un ragazzino che potrebbe tranquillamente essere un angelo, e Van Sant si prende il gusto di mostrarcelo nella sua caduta, e dal momento che di angeli si tratta, il posto dove vivono appare uno strano tipo di paradiso, e quelli che lo frequentano pur essendo eterei commettono sciocchezze. Portland diviene così un posto altro in cui le storie si mostrano prima ancora di compiersi e le persone che le vivono tentano di sfuggire alle conseguenze dei loro impulsi.
L’anarchia stilistica regna sovrana e il senso del tutto è rimandato ad una dimensione altra in cui le persone che hanno un problema non lo seppelliscono, ma semmai tentano una soluzione, mentre qui il tempo è dilatato, le persone sono eteree e i problemi possono non soltanto essere seppelliti, ma anche resi inoffensivi dalla pratica molto adolescenziale di tentare di ignorarli.
La fotografia di Christopher Doyle, già ammirata da tutti nel bellissimo In the Mood for Love, rende senza nessuno sforzo poetica una città e persino le sue zone peggiori, e il calo progressivo di colore accentua la sensazione di irrealtà che deve corrispondere in primo luogo all’esperienza di Alex e poi a quella dello spettatore.
L’esperienza dello spettatore diviene qui una sensazione visiva, prima ancora che mentale e solo dopo l’accettazione dei canoni stilistici del regista dove tutto quello che viene mostrato non può che essere bello ed artisticamente combinato, soltanto allora, si diceva sarà possibile fruire dell’opera nella sua totalità, ma non aspettatevi un film, il tutto è comunque prima di ogni cosa un’opera d’arte.

 
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