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Plastic City PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Maria Pelella   
lunedì 03 agosto 2009

Plastic City
Titolo originale: Dangkou
Brasile, Cina, Giappone: 2008 Regia di: Nelson Yu Lik-wai Genere: Thriller Durata: 118'
Interpreti: Anthony Wong Chau-Sang, Jô Odagiri, Jeff Chen, Milhem Cortaz, Phellipe Haagensen, Yi Huang, Tainá Müller, Antônio Petrin, Vinícius Zucatelli
Sito web:
Nelle sale dal: Prossimamente in dvd
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Anna Maria Pelella

plastic_city_leggero_1.jpgKirin è un ragazzo giapponese che, salvato da morte certa alla frontiera col Brasile da Yuda, un clandestino cinese, ne diventa il figlio adottivo.
I due gestiscono un piccolo impero del mercato nero in un quartiere di San Paolo abitato in prevalenza da immigrati cinesi e giapponesi. All'apice della loro ascesa Yuda viene arrestato dalla polizia con l'accusa di contrabbando. In realtà il suo contatto nell'amministrazione locale sfrutterà questo evento per allearsi con un boss di Taiwan e nel frattempo per estorcere denaro a Kirin. Intanto Kirin stabilisce un complesso rapporto con Tetsuo, un piccolo contrabbandiere che combatte la mafia di Taiwan.

Yu Lik-wai, abituale collaboratore di Jia Zhang-ke e regista di Love Will Tear Us Apart, dirige un film sospeso tra più generi, che parte come una semplice gangster story e progressivamente ne amplifica il respiro fino a diventare un delirio visivo di matrice postmoderna. L'inizio è incentrato sui conflitti interrazziali e quelli per il controllo del contrabbando nel porto di San Paolo, ma successivamente l'accento si sposta sulle psicologie dei personaggi e sulla complessità dei loro rapporti intimi.
Il canovaccio iniziale appare di una semplicità disarmante, ma è con il proseguire dell'opera che ci si accorge di esser di fronte a qualcosa di tutt'altro che semplice.
Se inizialmente la storia è raccontata in maniera lineare, pulita, con una recitazione essenziale e una regia quasi subliminale, da un certo momento in poi tutto quello che sembrava centrale arretra a poco a poco e gli elementi che facevano da sfondo al racconto vengono spinti a forza sotto i riflettori di un palcoscenico improvvisamente divenuto surreale e destabilizzante dal punto di vista dell'esperienza percettiva.

Yu Lik-wai parla del suo film come di "un'atrocità metafisica" dove il termine atrocità sta per manipolazione della realtà in senso digitale e per una ricerca del se che travalica la barriera ultima e conduce in un universo sensoriale talmente improbabile da esser percepito come unico possibile, come dimensione ultima di chi non ha davvero più nulla da perdere.
Kirin e Yuda potrebbero addirittura essere morti nei primi fotogrammi e aver sognato la loro ascesa e relativa fortuna.
Ma le coltellate, i duelli, il sangue e la sconfitta dei due sembrano troppo reali per essere stati sognati, persino da un samurai sradicato che insegue il nemico con una katana che non potrebbe mai aver visto in tutta la sua vita.
La complessità del rapporto tra i due travalica il senso dello stesso e si va a collocare tra i legami di sangue che finiscono per divenire letali e indissolubili, proprio quando sarebbe il caso di scioglierli. Il racconto procede impavido nella rappresentazione di un vuoto esistenziale, collocato all'interno di una città la cui reinvenzione diviene immagine politica del contrasto tra chi è e chi non sarà mai. Anthony Wong e Jô Odagiri sono assolutamente perfetti nel loro ruolo di vittime sacrificali e di eroi mai neanche per un momento possibili in una situazione sociale che invita all'omicidio.

Lo sfilacciamento progressivo dell'immagine segue parallelo quello delle possibilità che mano a mano vengono sottratte ai due. La stretta apparente sulle attività criminose, ma in realtà soltanto un cambio di guardia, li spingerà con le spalle al muro fino a ricacciarli verso quel confine che era stato magicamente attraversato all'inizio con la complicità di una tigre bianca, e che sarà paradossalmente il loro punto di arrivo anche dopo la morte, come per un appuntamento tra amanti infelici.

 
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