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Revenge: A Love Story PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 16
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Scritto da Nicola Picchi   
martedì 28 giugno 2011

Revenge: A Love Story
Titolo originale: Fuk sau che chi sei
Hong Kong: 2010  Regia di: Ching Po-Wong Genere: Thriller Durata: 95'
Interpreti: Juno Mak, Sora Aoi, Lau Wing, Chin Siu-Ho, Tony Ho Wah-Chiu
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Lugubre
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Revenge: A Love StoryLe mogli di due agenti di polizia vengono ritrovate assassinate: le donne erano entrambe incinte, ma i feti sono stati rimossi. Anche il marito di una di loro è stato ucciso, mentre l’altro risulta scomparso. La polizia sospetta un serial killer e arresta Chan Kit, un ragazzo con dei precedenti penali che ha tentato la fuga a un posto di blocco. Mentre quest’ultimo viene sottoposto a un brutale interrogatorio, viene rinvenuta un’altra donna nelle medesime condizioni delle precedenti e la polizia è costretta a rilasciarlo.

Josie Ho sembra aver deciso di turbare i sonni dei censori di Hong Kong. Dopo aver prodotto e interpretato “Dream Home” di Pang Ho-Cheung, che fu alleggerito dalla censura, con la sua 852 Films propone “Revenge: A Love Story”, il miglior risultato raggiunto fino ad oggi dal regista Ching Po-Wong, di cui si rammenta un “Blood Brothers” del 2004 con Andy Lau e una regia da videoclip.
Nato da un soggetto del cantante (e protagonista) Juno Mak e sceneggiato dallo stesso regista, il film assesta calci nello stomaco fin dall’inizio. Era dai tempi di “How to Create a World”, secondo episodio della serie di “MPD Psycho”, che non si vedeva un gore così accentuato e sgradevole, con pance sventrate e feti in bella vista. Il tono però è completamente diverso. Algido, iperrealista, autoptico, “Revenge” ha un andamento liturgico, lugubre, e mentre il sangue versato inonda i pavimenti incollandosi alle suole delle scarpe veniamo trasportati in un universo senza luce e senza speranza. Dietro il doppio delitto del prologo esistono naturalmente delle motivazioni, quelle di una vendetta feroce e inarrestabile.

Chan Kit è un ragazzo non molto sveglio che vende ravioli in un negozietto lungo la strada. Cheung Wing è una ragazza ritardata che abita con la nonna. Tra i due nasce qualcosa di simile all’amore, ma alla morte della nonna la ragazza viene affidata ai servizi sociali. Chan Kit la riporta a casa, ma per una malaugurata serie di circostanze Cheung Wing rimane vittima di uno stupro, compiuto da un ubriaco che la crede una prostituta. I due si recano a sporgere denuncia presso una stazione di polizia, solo per scoprire che lo stupratore è un poliziotto, Do Ge. Segue pestaggio e stupro collettivo, evento che origina la sanguinosa faida. Dopo alcuni anni Do Ge si pente della sua vita passata e diventa pastore di una chiesa in cui aiuta ragazzi in difficoltà, ma la vendetta genera inesauribilmente altra vendetta, come scoprirà anche Chan Kit a proprie spese.

La morale della favola, la miglior vendetta è il perdono, suona inutilmente predicatoria dopo tanto spargimento di emoglobina.
Il rapporto tra Chan Kit e le ragazza ricorda quello tra i protagonisti di “Oasis”, se quel film l’avesse girato un Park Chan-wook senza umorismo. Scandito in capitoli dalle denominazioni altisonanti (Durante l’Armageddon il diavolo regna supremo), “Revenge” mette in scena un mondo da cui l’aria è stata risucchiata via e la vendetta è l’unico motore.
Gli ospedali sono deserti, le stazioni di servizio abbandonate, le strade vuote, le stazioni di polizia hanno sei agenti, poiché null’altro conta e niente ha importanza salvo i torti da lavare con il sangue. Il mondo esterno è estromesso, impotente, fa capolino dai notiziari della televisione ma non riesce a filtrare su questo privatissimo e ossessivo palcoscenico.

La fotografia desaturata di Jimmy Wong, giocata sui toni freddi, dona agli incarnati il pallore del cadavere, e in effetti tutti i personaggi sono morti che camminano. Ching Po-Wong s’inventa soluzioni artificiose ma efficaci, schiacciando le figure con frequenti plongèe che simulano il punto di vista di Dio (o del diavolo): uno stupro fuori fuoco, ralenti durante un inseguimento, agghiacciati tableau vivant davanti alla morte.
Efficacissimo Juno Mak, quasi muto, furioso, orgogliosamente disadattato, e discreta la giapponese Sora Aoi, finora interprete di prelibatezze del genere di “Big Tits Zombie” di Takao Nakano. Complessivamente un buon risultato anche se, al di fuori delle apprezzabili invenzioni di regia, “Revenge” sconta una certa esilità di fondo.

 
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