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Scritto da Nicola Picchi   
venerdì 30 novembre 2012

Titolo: Smuggler
Titolo originale: Sumagurâ: Omae no mirai o hakobe
Giappone: 2011. Regia di: Ishii Katsuhito Genere: Thriller Durata: 114'
Interpreti: Tsumabuki Satoshi, Ando Masanobu, Nagase Masatoshi, Mitsushima Hikari, Matsuyuki Yasuko, Gashuin Tatsuya, Tei Ryushin, Abe Tsuyoshi, Shimada Yohachi, Takashima Masahiro
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Mercuriale
Scarica il Pressbook del film
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smuggler_leggero.pngL’aspirante attore Kinuta si trova costretto a dedicarsi ad attività illecite per ripagare un debito contratto con la yakuza. Assieme al taciturno Joe e al clownesco Masako, Kinuta dovrà occuparsi dello smaltimento dei cadaveri, trasportandoli con discrezione fino all’inceneritore più vicino. Quando due killer uccidono il boss Tanuma, il quale aveva sottratto una partita di droga alla mafia cinese, i tre “autotrasportatori” saranno coinvolti in una guerra tra bande.

“Smuggler”, live-action tratto dall’omonimo manga di Manabe Shohei, si richiama per umorismo e atmosfere al film d’esordio del regista e sceneggiatore Ishii Katsuhito, ovvero il tarantiniano “Shark Skin Man and Peach Hip Girl” (1999) con Asano Tadanobu.
In seguito Ishii ha collaborato alla realizzazione dell’anime di “Kill Bill Vol.1”, per poi approdare su altri lidi con il pluripremiato e contemplativo “A Taste of Tea” (2004) e l’eccentrico “Funky Forest: the First Contact” (2005.
Un percorso variegato e alquanto erratico, in cui “Smuggler” rappresenta una sorta di ritorno alle origini, arricchito però da un’inedita cupezza. Niente a che vedere, comunque, con il manga di Manabe, che ha toni assai più noir e pessimistici, che qui vengono stemperati dall’humour nero di Ishii, il quale ancora una volta incrocia Tarantino e yakuza eiga.

E vien voglia di immaginare cosa ne avrebbe tirato fuori un altro Ishii, Takashi, il cui cinema misogino, aspro e nichilista sarebbe stato forse più idoneo a valorizzare il manga originale. Kinuta è un rinunciatario, pigro e indolente, che a causa della propria stupidità si trova implicato in una vicenda che potrebbe costargli la vita.
Catapultato in un sottobosco criminale che gli è estraneo e di cui ignora le regole, viene costantemente provocato da Joe, il capo del terzetto, il quale in realtà cerca di proteggerlo e di suscitare in lui una reazione che lo spinga a modificare il suo atteggiamento da perdente verso la vita. Se sbarazzarsi di corpi decapitati nelle discariche non appare un’attività con grandi prospettive, quello che il destino riserva a Kinuta è però ancor meno attraente.
Capita infatti che la banda di Tanuma pretenda di vendicare la morte del suo “oyabun” catturando i suoi assassini, Viscera e Vertebra, e che i nostri tre protagonisti vengano incaricati del trasporto.
Ma qualcosa andrà storto, e Kinuta sarà obbligato ad assumere l’identità di Vertebra per evitare le ritorsioni della yakuza.

E proprio nei personaggi di Viscera e Vertebra si coagulano una serie di influenze riconoscibili. E’ impossibile non pensare, implicazioni omosessuali a parte, alla coppia formata da Jules e Vincent in “Pulp Fiction”, sicari indolenti con una spiccata propensione alla chiacchera esistenzialista, mentre Vertebra, corpo istoriato di cicatrici e colonna vertebrale tatuata, è visibilmente ispirato al Kakihara di Asano in “Ichi the Killer”, di cui condivide l’acconciatura platinata, l’indistruttibilità e il leggiadro masochismo.
Due riferimenti saldamente ancorati nel passato, che per Ishii rappresentano tuttora un punto di riferimento, richiami ostentati che rendono palese la cifra stilistica adottata dal regista, quella della contaminazione meticcia tra oriente e occidente, unita a un umorismo anarchico e al gusto della deformazione espressiva del manga.

Le scene d’azione in slow-motion, talmente esasperate da sfiorare la parodia, permettono di scagliare in faccia allo spettatore effusioni di sangue e fluidi corporali, nonché la letale abilità di Vertebra nel maneggiare il suo “nunchaku”. Nel frattempo mani mozzate brandiscono asciugacapelli, sadici torturatori indossano uniformi militari (accompagnati dal motivetto de “Il ponte sul fiume Kwai”) e teste vengono recapitate per posta, mentre le squadre di pulizia dell’intraprendente Yamaoka, abbigliata in stile gothic lolita, discettano professionalmente della quantità di sangue versato.
Le sequenze delle torture inflitte a Kinuta dal sociopatico Kawashima, che alcuni hanno trovato eccessivamente prolungate, hanno invece una loro ragion d’essere. Lo sfortunato protagonista, in procinto di prodursi nell’unica interpretazione convincente della propria vita, deve infatti diventare Vertebra anche fisicamente (Stanislavski approverebbe), riproducendo nella propria carne le sue cicatrici, come un lugubre arazzo.

Tsumabuki Satoshi (For Love’s Sake) è un Kinuta sull’orlo della catatonia, e assai più convincenti risultano Ando Masanobu nel ruolo di Vertebra, killer ossessionato dal mistero della morte, l’impassibile Nagase Masatoshi (Joe), Mitsushima Hikari nella parte della femme fatale Chiharu, Matsuyuki Yasuko nel ruolo di Yamaoka, e l’istrionico Takashima Masahiro (Kawashima). Bisogna dire che le performance sono alquanto variabili, nel senso che se le interpretazioni di Nagase Masatoshi e Mitsushima Hikari tendono all’hard boiled, gli altri sono più propensi all’eccesso fumettistico, originando una miscellanea di stili recitativi molto variegata, che va di pari passo con le mercuriali accelerazioni della regia nel comporre questa grottesca epopea di perdenti, energica come una schitarrata punk.

 
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