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Sotto il vestito niente
Titolo originale: Sotto il vestito niente
Italia: 1985. Regia di: Carlo Vanzina
Genere: Thriller
Durata: 88'
Interpreti: Renée Simonsen, Tom Schanley, Donald Pleasence, Nicola Perring, Cyrus Elias, Anna Galiena, Maria McDonald, Catherine Noyes, Sonia Raule, Mimmo Sepe
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale
dal: 1986
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Francesco Manca
L'aggettivo ideale: Citazionista
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Jessica e Bob Crane sono fratelli gemelli e hanno in comune una particolare telepatia che consente ad entrambi di avvertire le sensazioni dell’altro quando questo si trova in pericolo.
Lei fa la modella a Milano e lui è un ranger nel rinomato Yellowstone National Park in Wyoming.
Quando Jessica scompare misteriosamente, Bob, che è convinto che sia stata uccisa, si precipita in Italia nel tentativo di scoprire cosa sia successo, ma in breve tempo una serie di omicidi ai danni di altre modelle cominciano a susseguirsi a raffica.
Un tentativo rischioso e azzardato, questo dei fratelli Vanzina, che si cimentano, qui per la prima volta nella propria carriera, nel genere thriller, accantonando momentaneamente le commedie farsesche di cui, allora come oggi, sono considerati gli ineguagliabili ‘paladini’.
Tutto parte dall’omonimo romanzo di successo di Paolo Pietroni, che ha firmato con lo pseudonimo di Marco Parma, da cui, però, la sceneggiatura, scritta a sei mani dagli stessi Vanzina bros. in collaborazione con l’esperto Franco Ferrini, prende le debite distanze, ispirandosi invece in maniera piuttosto ostentata e plateale ad uno dei maestri del genere quale Brian De Palma, in particolar modo al suo “Omicidio a luci rosse” (1984).
L’intero canovaccio su cui si regge la pellicola è visibilmente scarno e raffazzonato e non mancano certo diverse incongruenze narrative, comunque tipiche della maggior parte delle opere di genere realizzate a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 (Dario Argento ne ha fatto una sorta di marchio di fabbrica).
Ma nonostante ciò, ai Vanzina non interessa raccontare una storia che sia oltremodo realistica e che goda di estrema coerenza, ma dirigono, anche piuttosto prevedibilmente, la loro attenzione verso il patinato mondo della moda milanese tracciandone un ritratto tutto sommato veritiero che pone in risalto non solo le mirabili forme femminili di cui sono ampiamente fornite le modelle che vediamo nel film, ma ne evidenzia soprattutto le contraddizioni e gli eccessi che, oggi, sono ormai cose risapute.
Tuttavia, all’epoca dell’uscita nelle sale, la pellicola venne ampiamente criticata proprio per questo suo aspetto, e il fatto che in diverse scene si vedessero giovani e bellissime ragazze che sniffano cocaina e che si concedono facilmente a uomini di potere provocò un notevole e burrascoso impatto tra le più note case di moda del capoluogo lombardo e i numerosi stilisti, che si dichiararono del tutto estranei a ciò che si vede nel film. Oggigiorno, abbiamo comunque le varie Naomi Campbell e Kate Moss a confermare, loro malgrado, le varie teorie avanzate nell’opera in questione.
E sullo sfondo di tutto ciò, c’è ovviamente il sangue e la crime story, che pur risentendo della notevole inesperienza nel campo da parte del regista Carlo e dello sceneggiatore Enrico, risultano nel complesso accattivanti e quantomeno coinvolgenti, non certo degni dei risaputi modelli a cui si ispirano ma non per questo sgradevoli.
La regia di Carlo Vanzina tenta, riuscendoci però solo in parte, di sopperire alle lacune di scrittura adottando sporadici virtuosismi della macchina da presa che riecheggiano lo stile ‘voyeristicamente glamour’ tipico del miglior De Palma, e lo fa in particolar modo nel finale, girato in ralenti, che deve indubbiamente molto a quello dell’Argentiano “Quattro mosche di velluto grigio” (1971), realizzato ai tempi con una cinepresa speciale denominata Pentazet.
Una significativa pecca è senz’altro rappresentata dalla recitazione di quasi tutti gli interpreti, con una (spiacevole ma doverosa) nota di demerito ai due protagonisti: Tom Schanley e Renée Simonsen. Come può essere credibile un ragazzotto tipicamente da provincia americana che fa il ranger nel parco di Yellowstone e che non sa nemmeno fumare?
E come può esserlo una modella, bella oltre ogni ragionevole dubbio, ma che mantiene dalla prima all’ultima inquadratura la stessa espressione da triglia surgelata? Fortuna che c’è almeno il sempre grande Donald Pleasence, che fornisce anche in questa occasione l’ennesima eccelsa caratterizzazione del detective non più giovanissimo ma ancora scaltro e determinato.
Non è un capolavoro, questo è un dato di fatto.
Come denuncia sociale funziona, come thriller un po’ meno, ma pur risentendo il peso dei suoi 25 anni, risulta ancora oggi una pellicola interessante, ampiamente consigliata agli amanti del cinema nostrano di genere alla ‘vecchia maniera’.
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