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Suspension of Disbelief PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 5
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Scritto da Ilaria Mutti   
martedì 13 novembre 2012

Titolo: Suspension of Disbelief
Titolo originale: Suspension of Disbelief
Regno Unito: 2012. Regia di: Mike Figgis Genere: Thriller Durata: 107'
Interpreti: Sebastian Koch, Lotte Verbeek, Rebecca Night, Emilia Fox, Frances de la Tour, Julian Sands, Kenneth Cranham, Eoin Macken, Lachlan Nieboer
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal: Festival di Roma 2012
Voto: 8,5
Trailer
Recensione di: Ilaria Mutti
L'aggettivo ideale: Anticonformista
Scarica il Pressbook del film
Suspension of Disbelief su Facebook

suspension_of_disbelief_leggero.pngStupore e divertimento si può definire tout court “Suspension of Disbelief” il film di Mike Figgis in concorso a”Cinema XXI” al Festival internazionale del Film di Roma. Lui forse, Figgis, è quello che si è divertito di più a inventarsi questa sua storia che, nata apparentemente con dei punti fermi e ruoli prestabiliti finisce per trasformarsi di continuo, quasi per autogenerazione. All’inizio Martin si presenta come un normale insegnante di sceneggiatura, ma poi quando lui e i suoi allievi cominciano a chiedersi come si costruisce una storia di finzione, l’unica conclusione a cui arrivano è ammettere che la storia e i personaggi possono scappare di mano al loro autore, per andarsi a costruire la vita da soli, nel più compiuto senso pirandelliano.

E, sempre “motu proprio”, storia e personaggi potranno poi riuscire ad affascinare i loro spettatori, coinvolgendoli in quella che Coleridge già nel 1817, definiva “fede poetica” o”sospensione della credibilità” che, solo quando arriva, può consentire di entrare a godere della finzione.
E’ da questa scoperta dell’autonomia, fatta da Martin e dei suoi allievi, che si avvia, in un continuo gioco degli specchi, il processo della finzione nella finzione, perché, prima di tutto, essa, anziché andare a colpire le storie che nascono nella scuola di sceneggiatura, andrà a manifestersi proprio sullo stesso Martin nonostante egli sia a un livello di finzione primaria, rispetto ai personaggi e alle storie che crea. E, date le premesse, Martin finirà ovviamente per perdere progressivamente i pezzi della sua originaria identità, come ogni attore che volta le spalle al suo autore.
Nasce tutto da un omicidio, che però non è il perno della storia, ma un’occasione per produrre altre finzioni e servire da pretesto a un thriller psicologico che gioca a fare il verso ai luoghi e alla memoria del noir classico, quello letterario di Marlowe e quello hollywoodiano di Bogart, con i personaggi disillusi e le metropoli brumose.

Il film inizia con la festa di compleanno di Sarah, la figlia di Martin, alla quale partecipa Angelique, un’attrice che poco dopo si farà ammazzare. E quest’evento porterà in scena Therese la sorella gemella, che farà la sua apparizione in mezzo a tende rosse sfacciatamente evocative di un'altra finzione, quella di David Linch, che Figgis dice di non aver copiato, ma solo interiorizzato. Therese arriva per scoprire la verità assieme a Martin, ma finiranno lei, Martin e Sarah per perdersi, sostituirsi, scambiarsi le vite, in un pastiche reso complicato non solo dalla morte di Angelique, ma anche dal ricordo della moglie di Martin, scomparsa tanti anni prima in circostanze che in qualche modo, nell’intreccio costante delle diverse finzioni, ricordano proprio quelle di Angelique.

E più la storia prosegue, più tutti i personaggi seguitano a perdere identità, per diventare mine vaganti in grado di scompaginare lo stesso finale della storia. Ed è proprio quello che Martin e i suoi allievi alla fine gli consentiranno di fare, aprendo la strada ad un finale aperto e ovviamente senza soluzione.
E lo spettatore? Lui avrà sicuramente capito, con tutti i livelli di finzione e gli scherzetti visivi così plateali come i filtri sgranati e gli split screen, a cui ha assistito, che non è rimasta nessuna credibilità da sospendere, “perché il cinema non gioca con la realtà ma con la fantasia e chi pensa di dover aiutare il pubblico a immergersi nel film sbaglia perché è non è necessario.
Si tratta di una cosa che dovrebbe venire naturale, connaturata, com’è alla stessa idea di film”

 
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