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Scritto da Nicola Picchi   
lunedì 08 luglio 2013

Titolo: The Berlin File
Titolo originale: Bereullin
Corea: 2013. Regia di: Ryoo Seung-wan Genere: Thriller Durata: 120'
Interpreti: Ha Jung-woo, Han Suk-kyu, Gianna Jun, Ryoo Seung-bum, Lee Kyung-young, Choi Mu-seong, John Keogh, Numan Acar-Abdul, Pascale Aleardi
Sito web ufficiale:
Sito web italiano:
Nelle sale dal:
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Labirintico
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the-berlin-file-leggero.pngDopo una vendita di armi interrotta da un’incursione del Mossad, Pyo Jong-seong, agente segreto nonché eroe della Repubblica Democratica di Corea, riceve la visita di Dong Myung-su, inviato direttamente da Pyongyang allo scopo di verificare la fedeltà al nuovo regime della cellula berlinese. Istigato da Myung-su, Jong-seong inizia a dubitare della lealtà della moglie Jung-hee, interprete presso l’Ambasciata, sospettata di voler chiedere asilo politico agli Stati Uniti assieme all’ambasciatore Lee Hak-su. Nel frattempo l’agente sudcoreano Jung Jin-soo si mette sulle sue tracce.

Dai tempi de “Il terzo uomo” di Carol Reed, Berlino è sempre stata l’ambientazione ideale di ogni thriller spionistico che si rispetti. Malgrado la Guerra Fredda sia finita da un pezzo, la città è ancora un crocevia obbligato per spie di tutte le nazionalità, almeno secondo Ryoo Seung-wan e il suo “The Berlin File”, presentato all’ultimo Festival di Berlino. Ryoo aveva parodiato lo spy-thriller in “Dachimawa Lee” (2008) con risultati catastrofici al botteghino, così questa volta decide di fare sul serio entrando in competizione con le saghe hollywoodiane alla Jason Bourne. Riallacciandosi al precedente “The Unjust” (2010), che rimane a tutt’oggi uno dei suoi esiti più felici, Ryoo persevera nel prediligere il labirinto come figura retorica, consolidando la sua vocazione all’intreccio inestricabile e aggiungendo un sostanzioso richiamo all’attualità politica. Intrighi, macchinazioni e colpi di scena sono infatti strettamente connessi alla fase di transizione che sta attraversando la Corea del Nord, dopo l’epurazione dei militari fedeli al defunto “Caro Leader” Kim Jong-il, ad opera del suo erede Kim Jong-eun.

Rispetto agli innumerevoli thriller coreani, da “Shiri” (1999) fino al recente “The Spy” (2012), che vedono contrapposti gli agenti segreti delle due Coree, “The Berlin File” ha il vantaggio dell’ambientazione internazionale, cosa che permette al regista/sceneggiatore di coinvolgere agenti del Mossad, mercanti d’armi russi, terroristi arabi e persino la CIA. Gli agganci all’attualità comprendono la vendita di armi alle organizzazioni terroristiche e i conti esteri di Kim Jong-il, ma al di là degli inevitabili orpelli che ancorano saldamente il film al genere, quello che lo tiene in piedi è l’accurata scrittura dei personaggi. Ryoo lavora su opposizioni binarie, diadi inizialmente contrapposte che tendono ad avvicinarsi.
Tale è il rapporto tra Jong-seong e la moglie, inizialmente gelido e routinario, poi fatto di diffidenza profonda quando l’uomo inizia a dubitare di lei. Ancora più marcata, per evidenti ragioni politiche, l’ostilità tra Jong-seong e Jin-soo, anticomunista di vecchio stampo che si rifiuta di svoltare a sinistra agli incroci. Eppure, grazie a un calibrato arco narrativo, Jong-seong e Jung-hee si riavvicineranno, complice anche la gravidanza della donna, mentre con Jin-soo si arriverà addirittura a una forma di comprensione reciproca e di collaborazione, evidente allusione a un’unificazione auspicata ma sempre più remota, al punto che l’agente del NIS rifiuterà di sacrificare Jong-seong alle esigenze della Realpolitik.
Di segno opposto, invece, il rapporto tra Jong-seong e Myung-su, il maestro e l’allievo, che si distanzieranno sempre di più con esiti funesti. L’ottima caratterizzazione dei personaggi potenzia in maniera palpabile l’efficacia delle sequenze d’azione (coreografate da Jung Doo-hung), tour de force essenziali di regia e di montaggio, tra cui s’impongono le scene della fuga dall’appartamento, close-combat con distruzione del set e caduta libera al cardiopalma, e la resa dei conti conclusiva in una baracca tra i campi; e per una volta il regista si esime dalla violenza esclusivamente ludica alla “City of Violence”.

Eccellente come al solito il protagonista Ha Jung-woo, premiato ai Baeksang Arts Awards, che pure ha meno materiale a disposizione rispetto al personaggio assai più complesso interpretato in “The Yellow Sea”. Ugualmente straordinario il manipolatorio Myung-su di Ryoo Seung-bum, fratello del regista, che si era già messo in luce in “The Servant” e “The Unjust”, mentre sorprende positivamente la sterzata drammatica dell’ex “Sassy Girl” Gianna Jun, già sexy-ladra in “The Thieves”.
Un po’ meno brillante il veterano Han Suk-kyu, che riprende il personaggio dell’agente interpretato in “Shiri” ma sfiora la caricatura. Sembra che Ryoo Seung-wan si sia coscienziosamente documentato, realizzando nel 2011 il documentario “Spies” per una televisione coreana. Ma tra Nord e Sud non ci sono differenze che tengano: per risolvere il mistero e trovare l’uscita dal labirinto, basta canticchiare “Arirang”.

 
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