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The Game PDF Stampa E-mail
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Scritto da Anna Maria Pelella   
venerdì 11 aprile 2008

The Game
Titolo originale: Deo Ge-im
Corea del Sud: 2008. Regia di: Yoon In-ho: Thriller Durata: 116'
Interpreti: Sin Ha-gyoon, Byeon Hee-bong, Lee Hye-yeong, Son Hyeon-joo, Eun-seong, Jang Hang-seon
Sito web:
Voto: 6
Recensione di: Anna Maria Pelella

the_devils_game_leggero.jpegMin, uno squattrinato ritrattista viene contattato casualmente per telefono da un ricco finanziere che gli propone di fare un gioco. La posta sarà da un lato un elevato quantitativo di soldi, e la giovinezza di Min dall'altro. Spinto dalla necessità economica il giovane accetta di giocare. E quando perderà la prima mano si accorgerà di aver perso in realtà molto più di quello che credeva di aver messo in gioco.
Min sta per scoprire che i soldi possono qualsiasi cosa. Kang Nosik invece lo sa già ed è per questo che propone un gioco. Due persone con un cellulare compongono una sequenza casuale di numeri e scommettono sul sesso di chi risponderà. Semplice e rapido. Min ha bisogno di soldi per salvare dai creditori al sua fidanzata, il cui padre aveva contratto un debito che adesso lei e sua madre dovranno estinguere. Kang è ricco, vecchio, stanco e malato, e usa i soldi come esca per giocarsi l’immortalità.
Parte così questa ennesima riflessione sul potere e sulla capacità infinita di corruzione che esso porta con sè.
Min, un bravissimo Sin Ha-gyoon, presente in molte pellicole di Park Chan-wook, è dapprima un ingenuo squattrinato, ma poi diviene altro, un altro talmente alieno che nessuno potrà più riconoscerlo, neanche la sua fidanzata. Mentre lo scaltro Kang, un commovente Byeon Hee-bong, che pare giocare davvero e divertirsi a farlo, usa la sola cosa che ha: i soldi per comprare quello che la vita gli ha portato via, mentre appunto era impegnato ad arricchirsi.
Insieme ci regalano la versione aggiornata e cinica del motivo alla base di molte opere sullo scambio e sui vantaggi che questo porta a chi decide di azzardare. Entrambi i personaggi in apparenza hanno poco da perdere, Min è povero e pensa che mettere in gioco il suo corpo sia come offrirsi in schiavitù, mentre Kang è malato terminale e sa bene che non è quella la sua mira più profonda. Ma i soldi alla fine generano avidità e quello che nessuno dei due può immaginare sarà che non c’è limite alla corruzione morale innescata da un gioco senza scrupoli.
Sfruttando ed ampliando l’idea alla base di “Face Off” questo “The Game” imbroglia da subito le carte, mescolando sotto il naso dello stranito spettatore il dramma con il melò ed infine con un risvolto horror che più cinico non si può.
Tutte le scelte all’interno della poco agile situazione dei personaggi risultano condurre inevitabilmente questi ultimi alla rovina, anche quando pare che invece se ne allontanino. Il gioco è in sè semplice, ma la posta in gioco è davvero alta, e non tutti possono pagare il prezzo fino in fondo.
L’accento è messo più sulla perdita che sui vantaggi, a chiarire bene che non sempre chi pensa di non avere nulla da perdere è nel giusto. Spesso le persone sottovalutano quello che hanno nel vano tentativo di inseguire quello che desiderano, e questo a volte le mette di fronte a scelte che finiscono inevitabilmente per distruggere quello che non sapevano neanche di avere.
La sceneggiatura è costruita secondo un ottica solo apparentemente lineare, mentre le stratificazioni successive della trama, aggiungendo lentamente dei tasselli alla comprensione dello spettatore, tessono silenziose le trame di quella che si rivelerà la rovina che infine aspetta tutti gli attori del dramma, nessuno escluso.
I personaggi risultano convincenti per mezzo di una caratterizzazione accurata, e la recitazione li rende vivi e vicini a noi molto più di quello che ci piacerebbe pensare. Mentre una regia didascalica sottolinea con pochi accorgimenti i passaggi salienti e le atmosfere gelide che sole suggeriscono il freddo della corruzione.
La fotografia accurata e freddissima rende al meglio il gelo dell’anima che progressivamente si impossessa di chi si lascia irretire dal sogno di una ritrovata giovinezza, in aperto contrasto col calore che emana dal dolore di chi lentamente diviene consapevole del prezzo pagato per inseguire un sogno. Sebbene il ritmo discontinuo non sempre tiene desta l’attenzione dello spettatore sui piccoli particolari che invece acquisiscono spessore durante il racconto, si tratta comunque di un lavoro ben fatto che personalmente consiglio agli amanti delle realistiche esplorazioni delle infinite possibili derive umane.

 
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