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The Number 23
Titolo originale: The Number 23
USA: 2007. Regia di: Joel Schumacher Genere: Thriller Durata: 95'
Interpreti: Jim Carrey, Virginia Madsen, Paul Butcher, Patricia Belcher, Michelle Arthur, Logan Lerman, Danny Huston
Sito web: www.whatdoes23mean.com
Voto: 6
Recensione di: Simonetta Bonazzi
Walter Sparrow (Jim Carrey), accalappiacani annoiato, per il suo compleanno riceve in dono dalla moglie uno strano libro che parla di un inquietante caso di omicidio. La vita del personaggio, il detective Fingerling, richiama misteriosamente la sua e lentamente Walter entra nella storia, fino a viverla in maniera incontrollata e incontrollabile. Alla base di tutto sta l’ossessione per il 23 – peraltro davvero esistente - numero a quanto pare portatore di un potere oscuro e ineluttabili disgrazie.
A prima vista, “Number 23” sembra una pazzesca copiatura di “Vero come la finzione”, tanto che l’ossessione vera sembra quella di trovare le similarità tra le due pellicole. A iniziare dai due attori comici in un ruolo drammatico (Jim Carrey e Will Ferrell rispettivamente); poi la misteriosa voce narrante; il libro che racconta altrettanto misteriosamente la vita del protagonista e il protagonista che quindi s’angoscia e cerca la soluzione per stoppare il destino. Ma, come se non bastasse, la donna del succitato protagonista fa lo stesso lavoro: ha una pasticceria. E, manco a dirlo, l’elemento fondante di entrambi i film sono i numeri, con i loro conteggi malati e ossessivi, psicosi peraltro gestita dalla stessa figura: un professore universitario (Danny Houston in “Number 23” e Dustin Hoffman in "Vero come la Finzione").
Al di là di queste inquietanti corrispondenze, che dovrebbero far riflettere i due sceneggiatori (chi ha copiato chi?), una domanda dovrebbe farsela anche Darren Aronofsky, che nel 1998 con il suo eccezionale “Pi – Il teorema del delirio” ha aperto la strada a questi cloni senza stile.
“Number 23” ricalca un po’ il teorema del delirio ma rispetto al film di Aronofsky è un thriller muto, con colpi di scena disordinati e parecchie imperfezioni.
Il torbido in cui scavare ci sarebbe anche, ma Joel Schumacher lo lascia dov’è, riportandolo raramente a galla. La trama, quindi, seppur dal buon potenziale, risulta senza coesione e lo spettatore, più confuso che coinvolto, passa un’ora e mezza nell’attesa – vana - di carpire un guizzo, finendo invece solo per combinare numeri e lettere per arrivare a 23.
Si salva Jim Carrey, attore da sempre (ingiustamente) snobbato per premi e riconoscimenti, eppure di rarissima completezza.
Sempre più lontano dai versi e dalle smorfie di “The Mask” e sempre più vicino al modello di “Se Mi Lasci Ti Cancello”, Carrey conferma la sua eccezionale predisposizione per i ruoli drammatici e complessi.
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