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The Stool Pigeon PDF Stampa E-mail
Valutazione utente: / 23
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Scritto da Nicola Picchi   
giovedì 04 novembre 2010

The Stool Pigeon
Titolo originale: Sin Yan
Hong Kong: 2010  Regia di: Dante Lam Genere: Thriller Durata: 112'
Interpreti: Nick Cheung, Nicholas Tse, Lu Yi, Miao Pu, Kwai Lun-mei, Liu Kai-chi, Sherman Chung, Lawrence Cheng, Deep Ng
Sito web:
Nelle sale dal: Inedito
Voto: 7
Trailer
Recensione di: Nicola Picchi
L'aggettivo ideale: Maturo

The Stool PigeonIl detective Don Lee insegna ai suoi uomini come gestire gli informatori (tale il significato del termine gergale Stool Pigeon), ma è tormentato dal senso di colpa. Mesi prima, ordinando un raid che gli era valsa una promozione, aveva messo in pericolo la vita del suo ultimo infiltrato che, sopravvissuto a stento a un’aggressione, si era ridotto a vivere in strada come un barbone.
Ricevuta la notizia del ritorno ad Hong Kong del rapinatore Barbarian, Don recluta il giovane Ghost, appena uscito di prigione, per infiltrarlo nella banda del gangster. Al ragazzo, il quale ha bisogno di soldi per riscattare la sorella costretta a prostituirsi, non resta che accettare.

Con “The Stool Pigeon”, Dante Lam firma la sua opera più compiuta degli ultimi anni, di certo superiore allo sbrigativo “Fire of Conscience”, e forse anche al celebrato “ The Beast Stalker”.
Nel panorama un po’ asfittico dell’ultimo noir hongkonghese, seppelliti i tempi ormai anacronistici degli “eroic bloodshed”, i suoi personaggi colpivano per precarietà esistenziale e ambiguità morale, perennemente ansimanti, senza fiato e senza futuro, davvero “fino all’ultimo respiro”. La macchina da presa agiva di conseguenza, con veri e propri detour da b-movie; inquadrature sporche, convulse, incalzanti, spesse volte buttate lì con l’unica esigenza di far quadrare i conti. Questa volta il regista sembra aver raggiunto un’inedità maturità stilistica, e la messa in scena è più meditata e consapevole. Com’è nella migliore tradizione del cinema di Hong Kong, ancora anime perdute e angeli caduti, che si dibattono vanamente per sfuggire al destino, interrogativi morali condannati a restare senza risposta, ferite interiori ed esteriori che non si rimargineranno mai.

Come per un processo inesorabile ogni cosa diventa scoria, rifiuto, spazzatura, residuo indifferenziato che rifugge la bellezza, e persino i lingotti d’oro, frutto della rapina, verranno fusi e trasformati in una massa informe, prima di essere ricomposti in forma grezza. Il medesimo processo investe le relazioni tra i personaggi, sottoposte ad un inarrestabile degrado, condizionato dalla labile moralità dell’establishment e dalla stolidità delle procedure di polizia. I rapporti di forza sono sempre sul punto di saltare, come un edificio costruito su fondamenta troppo fragili.
Don si sente responsabile per Ghost e, nonostante il rapporto esclusivamente economico che li lega, è combattuto tra solidarietà umana e freddezza professionale; Ghost ha bisogno dei soldi che gli frutterebbe l’arresto di Barbarian, ma è il più ingenuo di tutti e, come tale, facilmente manipolabile dagli altri, da Don ma anche dall’affascinante Dee, la donna del gangster di cui il ragazzo si innamora; Dee usa Ghost per impadronirsi dell’oro e lasciare Barbarian, che l’ha spinta ad abortire e la tradisce con un’altra donna.
Come se non bastasse, il regista e il suo sceneggiatore Jack Ng inseriscono una sottotrama per caratterizzare il personaggio di Don, segnato dal dramma della ex moglie la quale, dopo un tentativo di suicidio, ha perso la memoria.

Eppure le schegge mélò, che alcuni hanno giudicato superflue, ben si integrano nel flusso della narrazione, e costituiscono quasi un contrappunto blues agli scoppi di violenza.
Lam sceglie di girare per la maggior parte del tempo a Kowloon, lontano dal glamour della Hong Kong vera e propria. Luci gialle e marcescenti svelano allo sguardo baraccopoli, zone industriali, sottopassaggi lerci, mercati fatiscenti, scuole in disuso, ambienti che disegnano una minuziosa topografia della decadenza urbana e insieme costituiscono l’humus di cui sono impastati i corpi dei protagonisti. Una zona di guerra in cui vivono, amano, cercano di sopravvivere e alla fine muoiono, come nelle sequenze, impressionanti per tesa ferocia, dello scontro nella scuola abbandonata; un tour de force di regia e montaggio da antologia. La sfavillante città dei negozi e delle gioiellerie è un mondo lontano e inattingibile, che si può solo prendere con la forza, sfondando una vetrina con un’automobile e stuprandolo metaforicamente. Oppure si può scatenare il caos nelle strade con un’auto lanciata a folle velocità, come nella memorabile sequenza della fuga di Ghost e Dee sulle note di “White Christmas”.
Nick Cheung e Nicholas Tse si scambiano i ruoli rispetto a “The Beast Stalker”, e se l’eccellenza di Cheung non è certo una novità, vale la pena di sottolineare come Nicholas Tse si sia emancipato dai suoi primi ruoli, puramente decorativi, per diventare un attore degno di nota.
Impeccabilmente sospeso tra furia e malinconia, “The Stool Pigeon” è un ottimo esempio di quel cinema di genere di qualità che altre cinematografie, segnatamente quella americana, non sono più in grado di realizzare.

 
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