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Scritto da Dario Carta   
lunedì 12 ottobre 2009

WhiteOut - Incubo Bianco
Titolo originale: WhiteOut
USA, Canada: 2009 Regia di: Dominic Sena Genere: Thriller Durata: 98'
Interpreti: Kate Beckinsale, Gabriel Macht, Tom Skerritt, Columbus Short, Alex O'Loughlin, Shawn Doyle, Joel S. Keller, Jesse Todd, Arthur Holden, Erin Hickock
Sito web: www.whiteoutmovie.warnerbros.com
Nelle sale dal: 02/10/2009
Voto: 6
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Incompleto
Scarica il Pressbook del film
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whiteout_leggero.jpgL’agente federale Carrie Stetko (Kate Beckinsale) è stata assegnata ad una base dislocata nel continente antartico.
Angosciata da un passato che la perseguita,ha portato a termine il suo mandato in quelle lande desolate e dopo due anni di lavoro fra le nevi la donna è pronta per il trasferimento.
Ma i suoi progetti sono destinati a fallire quando viene rinvenuto il cadavere di un geologo americano congelato nel ghiaccio.
Un esame rivela che la natura della morte è l’omicidio e l’agente Stetko,affiancata dall’investigatore Robert Pryce (Gabriel Macht),si mettono sulle tracce del killer in una lotta contro il tempo ed il pericolo dell’inverno alle porte.

Chi afferma che oggi il cinema è in forte crisi ha probabilmente le sue buone ragioni per pensarla così.
Di fatto è raro,oggi come oggi,che tra le mani delle major americane passino sceneggiature in odore di novità e la sfera inflazionata del mercato cinematografico rigurgita di prodotti configurati a sorprendenti mediocrità e l’indigenza di idee ha portato frotte di sceneggiatori a raschiare il fondo del barile.
Allora,chi ama l’arte grafica o,più pertinentemente chi è appassionato al mondo dei comics,non può che approvare il sempre più frequente ricorso degli scrittori alle pagine dei fumetti,per frugarci dentro e rimodellare il grande schermo secondo spunti raccolti dalle tavole di storie vintage ed attuali.
Non si disallinea da questa tendenza,”Whiteout”,dove il regista Dominic Sena,filmaker non nuovo a pellicole di azione (“Kalifornia”,”Fuori in 60 secondi”,”Codice Swordfish”),si ispira all’omonima serie di graphic novels realizzata negli anni ’90 da Greg Rucka e Steve Lieber,prolifici autori e collaboratori della DC Comics più volte candidati al prestigioso Eisner Award.
Il riferimento alle tavole di Rucka e Lieber si ferma però al fil rouge che guida le storie a fumetti,perché nel suo film Sena punta la sua attenzione su elementi che si discostano dalla natura delle novels.
Dopo un incipit di grande effetto,dove le immagini dell’incidente aereo (si veda l’episodio analogo in “Segnali dal futuro”),ben montate ma sfrontatamente condite da abbondanti dosi di GCI,ambientano lo spettatore nei ghiacci dell’Antartide,la scena si sposta in una base di ricerca,dove viene presentata la protagonista,Carrie Stetko,in modalità soggettiva,con la steadycam che la segue (di spalle) nei corridoi fino all’inquadratura che la riprende all’interno del suo box doccia,mentre si lava dalla pelle la stanchezza di un lavoro monotono e uniforme,disperso in una immensità gelata e racchiuso fra le pareti di angusti laboratori ed uffici.

Stetko vuole chiaramente andarsene da lì,perché è prigioniera di un mondo afflitto dall’isolamento e dalle invivibili condizioni climatiche (“…l’Antartide non è stato creato per essere abitato…”),dove nulla accade per mesi e l’esistenza è scandita dal cupo suono della solitudine.
I personaggi della storia vengono man mano presentati,ma Sena pone subito l’accento sul protagonista principale del film,introdotto in figura dalla descrizione data del Whiteout,terribile cocktail di condizioni metereologiche che convergono in una condizione estrema che può portare all’annullamento delle facoltà e della resistenza umana.
E’ la forza della natura antartica che si impone in un ambiente ostile ad ogni espressione di vita e si manifesta nelle sembianze di una trasfigurazione visiva degli elementi che costituiscono la landa ghiacciata ed il cielo,che si fondono in un biancore omogeneo che conduce alla totale perdita dell’orientamento,condizione fatale .
Allora i paesaggi mozzafiato,le distese infinite e le lande desolate sferzate dal vento a 150 km orari diventano il vero nemico ed i reali protagonisti della storia,dove l’uomo ed il nucleo sociale,realtà comprimarie, restano immersi,vittime del freddo e della solitudine.
Il gelo e il vento rallentano e cristallizzano le interazioni fra i personaggi della vicenda,fissandoli in figure immobili nella cornice di un paesaggio immoto e avverso,che accoglie il caso di omicidio come fatto occasionale per mettere in risalto la reale situazione di precarietà dell’uomo a quella latitudine.
Numerosi i riferimenti a Carpenter,che fotografò mirabilmente una situazione simile nel suo splendido “La Cosa” del 1982,fissando i comportamenti dei componenti della spedizione in Antartide segregati nella base di ricerca ed attaccati da un nemico misterioso ed oscuro.
Anche nel film di Carpenter il pericolo è idealmente rappresentato dalla insidiosa forma di vita che si impossessa dei corpi degli scienziati trasformandoli,ma è lo scenario nel quale avviene la lotta fra l’uomo e il mistero ad assurgere a principale protagonista della storia,l’habitat avverso che racchiude nelle sue viscere il segreto di una terribile verità e che alla fine calerà il sipario sui due sopravvissuti.

In “Whiteout” la sequenza della scoperta del cargo sepolto da una crosta di ghiaccio,riporta alle immagini della nave spaziale di Carpenter,anch’essa chiusa nelle nevi perenni,il cui ritrovamento scatena nei protagonisti la tensione per un pericolo proveniente dagli spazi,mentre in “Whiteout” l’aereo rinvenuto conduce all’indagine su un elemento di natura umana,cioè un colpevole che si nasconde nel numero dei ricercatori.
Ma in entrambe le pellicole,dalla scoperta del mezzo sepolto irrompe nei personaggi la paura, il sospetto e il dubbio sulle reali identità dei compagni.
Mentre in Carpenter l’assillo era “chi è cosa”,in “Whiteout” l’indagine è su “chi è chi”,chi è colui che trama,ma la struttura che supporta entrambe le letture è il “dove” accade questo.
Dove la natura sembra prendere il sopravvento e le persone sono spinte dall’istinto di sopravvivenza,Stetko si trova a dover collaborare con l’investigatore Robert Pryce,inviato lì per risolvere il caso.
Inizialmente il rapporto è conflittuale e la donna,forte ma solo nel fisico,è contraria ad ogni tipo di collaborazione,ma alla fine è a lui che confessa i suoi tormenti e gli incubi che la hanno spinta in quei luoghi a scontare una colpa da cui si sente schiacciata,per un fatto avvenuto anni prima,raccontato attraverso i continui flashback che scandiscono la narrazione.

Nonostante non si possa negare una certa eleganza alla sua struttura filmica,”Whiteout” è una blanda storia di omicidi ed indagini,costruita su uno script di uso assai comune,con elementi passati a memoria nelle innumerevoli pellicole di genere.
Dapprima intrigante,l’elemento ambientale e la rappresentazione delle forze di una natura avversa,si conforma,con il procedere del film,in una inverosimile cronaca di indagini e scontri che lambiscono la sfera dell’illogico e l’epilogo della vicenda non è condizione di riscatto per questo film,che sembra sempre dare solo la metà dell’energia potenziale di cui è dotato,chiudendosi in un quadro incompiuto,a partire dalle immagini iniziali fino alla scontata rivelazione finale.

 
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