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Scritto da Biagio Giordano   
lunedì 11 febbraio 2008

Zodiac
Titolo originale: Zodiac
USA: 2007. Regia di: David Fincher Genere: Thriller Durata: 158'
Interpreti: Robert Downey Jr., Anthony Edwards, Jake Gyllenhaal, Pell James, Patrick Scott Lewis, Lee Norris, Bijou Phillips, Peter Quartaroli, Mark Ruffalo
Sito web: www.zodiacmovie.com
Voto: 8
Recensione di: Biagio Giordano

zodiacoriginalleggero.jpgQuesto pregevole film di Fincher - regista noto per il thriller Seven- interamente girato in digitale, si cala in una storia di omicidi avvenuti nel 1969 nell’area di San Francisco, negli Stati Uniti, per opera di un serial killer soprannominatosi Zodiac.
Il sopranome si riferisce allo Zodiaco, il noto sistema di segni astrali.
Il simbolo dei suoi scritti era infatti composto da un cerchio con una croce sopra, forse a significare un emblema astrale sconosciuto ma dal cui influsso non poteva sfuggire? L’assassino agiva mantenendosi in corrispondenza con la polizia, lo faceva attraverso lettere indirizzate alla redazione del San Francisco Chronicle.
Zodiac era un personaggio psicopatico che amava comunicare con le forze dell’ordine in una modalità criptografica, enigmatica, in gran parte oscura, trovando anche in questo modo di agire un punto di godimento; era un uomo considerato dagli psichiatri intelligente e scaltro, che pur avendo commesso otto delitti e sospettato anche di altri successivi omicidi non verrà mai preso. La pellicola prende in considerazione un arco di tempo molto lungo che partendo dal ’68 arriva sino agli inizi degli anni ‘90. L’andamento narrativo del film è in stile inchiesta e nonostante la necessità per Fincher di rimanere fedele ai fatti noti, tipica di questo genere, e quindi nonostante l’impossibilità per lui di costruire a tavolino, con una certa perfezione formale, sequenze di suspense legate in qualche modo a un finale a sorpresa, il suo film mostra lo stesso situazioni visive di alto livello di tensione, degne dei migliori thriller, tra esse spiccano per impressionabilità e coinvolgimento la scena del delitto della coppia di fidanzati al lago da parte di Zodiac e l’incontro notturno dell’investigatore vignettista con il probabile serial killer nella cantina della sua abitazione.
E’ risaputo come il cinema sia spesso intenzionato a dare al male che rappresenta nei suoi racconti filmici un certo significato. Esso a volte è diretto, essenziale ed espresso con una certa precisione, visivamente chiaro, e a volte viene invece formulato con curiose congetture, ad esempio quando si sofferma sui nessi causali degli eventi della storia biografica e psicologica che ha per protagonista l’autore del male, tutto ciò sembra finalizzato a far capire allo spettatore alcuni semplici e schematici sensi logici costituenti la struttura del male.
Nella realtà le cose sono molto più complesse perché sovente non si riesce a trovare il senso o la causa di un’azione malvagia o criminosa, pur trovandoci di fronte ad azioni facilmente spiegabili e ben interpretabili fin nel profondo, qualcosa sembra dirci che l’ignoto rimane ancora di un’ampiezza indicibile.
Come d’altra parte numerose sono anche le condotte negative prive da subito di un senso logico e quindi di un movente, banali, fuori da ogni logica sociologica o psicologica, lontane da ogni patologia riconosciuta.
A proposito anche la psicanalisi, dopo un lungo lavoro analitico, in numerosi casi può solo rendere evidente il moto pulsionale del male ma non intenderne le cause perché il desiderio, diventando tutt’uno con il male, non lascia capire le sue origini, e quindi può solo mostrare la dinamica del suo movimento temporale, movimento su cui l’analista cerca di intervenire in uno dei momenti più opportuni dell’analisi per condizionarne l’andamento sintomatico.
Questa caratteristica del cinema nei riguardi del male è forse uno degli aspetti etici che più lo rendono popolare. Resta da chiedersi quanto la ricerca cinematografica intorno al significato del male sia dovuta alle intenzioni dei registi e quanto invece dettato da banali esigenze di mercato e istituzionali.
Bisogna, infatti, considerare come nell’arte cinematografica l’autore non sempre sia libero di stendere una propria sceneggiatura originale e quando questa libertà viene a mancare la sua narrazione ne risente, appare molto condizionata e un po’ schizoide. Il cinema quindi sembra vincolato alle istituzioni, molto più di quanto lo sia il Teatro.


Il cinema è un’arte visiva complessa, che a volte risente di compromessi fatti con le istituzioni e il mercato, inoltre sovente è presa tra censure e preoccupazioni pedagogiche, invasa, in modo violento dai voleri di chi in qualche modo resta responsabile delle istituzioni politiche e religiose.
Ciò è spiegabile proprio per il fatto stesso che il film, a differenza del libro e del teatro, può toccare miliardi di persone e influenzare con i meccanismi che lo costituiscono, quali l’identificazione e la proiezione, aspetti popolari molto vasti della vita sociale, culturale, ideologica e religiosa di un paese.
Fincher però con questo film sfugge un po’ a questa regola abitudinaria o coatta che ruota intorno ai condizionamenti esterni, e grazie a un’impostazione narrativa a forma di documento riesce a dire quello che effettivamente pensa sui famosi eventi criminosi del ’69, lo fa senza interpretare, e riuscendo a ravvivare, come solo lui sa fare, tutti i quattro maggiori personaggi che incarnano nelle scene le persone reali che si sono alternate all’epoca sia nell’inchiesta che nel rapporto con i media interessati agli eventi.
Persone che si faranno talmente coinvolgere nell’inchiesta da rimanerne segnati per sempre nella loro vita, a volte in modo tragico. Sono l’ispettore David Toschi (Mark Ruffalo), l’anonimo vignettista Robert Graysmith che scriverà anche due libri sul caso (Jake Gyllenhaal), il giornalista Paul Avery (Robert Downey Jr.) e il detective Bill Armstrong (Anthony Edwards).
A differenza di molti altri film thriller, in questa pellicola di Fincher, il male non trova spiegazioni di alcun genere, e proprio per questo costringe a ulteriori riflessioni, si è obbligati a pensare non tanto alle cause complesse delle sue origini ma a cos’è effettivamente l’uomo, cosa si cela dietro la sua maschera di persona, quando alla luce di alcuni dettagli che fanno credere a un debordamento dalla norma, giunge all’omicidio.
Vien da pensare che le nostre conoscenze filosofiche e storiche sull’uomo e il suo comportamento non siano del tutto sufficienti a cogliere la complessa struttura dei desideri umani, forse perché i desideri di onnipotenza, come quello di Zodiac nel film, spesso coesistono, seppur in modo precario, con i desideri civilmente ammissibili e nessuna istituzione repressiva osa perciò andare oltre valori di tolleranza riconosciuti come accettabili dalla civiltà.
Ma nella realtà dietro i desideri di onnipotenza si nascondono insidie patologiche non da poco che trovano da una parte una classificazione clinica istituzionale precisa, dall’altra simultaneamente molte resistenze da parte dei responsabili psichiatrici verso un impegno di conoscenza dei meccanismi più profondi costituenti il moto desiderante inconscio.
Allora vien da chiedersi con questo film se il desiderio umano legato all’etica in simbiosi con la patologia, non sia in realtà sempre preso tra bene e male fino al punto da divenire una passione, un godere e patire che sfocia inesorabilmente in una zona oscura del mondo rappresentativo, un luogo incomprensibile che nessuna istituzione può raggiungere perché di là da ogni legge e pudore umano tradizionale.


 
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