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Scritto da Dario Carta   
venerdì 07 giugno 2013

Titolo: Stoker
Titolo originale: Stoker
USA, Gran Bretagna: 2013. Regia di: Chan-wook Park Genere: Thriller Durata: 100'
Interpreti: Mia Wasikowska, Matthew Goode, Nicole Kidman, Jacki Weaver, Alden Ehrenreich, Ralph Brown, Judith Godrèche, Wendy Keeling, Phyllis Somerville, Lauren E. Roman, Harry P. Castros, Amelia Young, Barry Sheeley, Peg Allen, Tyler von Tagen, Lucas Till, Dermot Mulroney
Sito web ufficiale: www.foxsearchlight.com/stoker
Sito web italiano:
Nelle sale dal: 20/06/2013
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Dario Carta
L'aggettivo ideale: Disturbante
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Il triangolo morboso.

stoker_leggero.pngCinema cupo,buio nell'anima e destabilizzante,lo "Stoker" del coreano Park Chan-wook,il regista visionario di "Oldboy",abile artista di atmosfere e suggestioni,con in mano uno script per la prima volta in lingua inglese steso dallo Wentworth Miller di "Prison Break" dal titolo pesante,antiintuitivo omaggio al Bram di Dracula,secondo la stampa di settore.

Piuttosto cerebrale e intrigante,il lavoro di Chan-wook cerca la sua identità inquieta nei confini del noir psicologico e contorto,senza lasciare spazi alle paure visive e preferendo invece indagare le dimensioni oscure del sospetto e del dubbio per poi muoversi con il passo lento dell'incubo senza volto. India Stoker (Mia Wasikowska),adolescente introversa e complessata,devastata dalla morte del padre Richard (Dermot Mulroney) rimasto vittima di un incidente stradale,vive con la madre Evelyn (Nicole Kidman) reclusa in una casa tanto grande quanto muta e vuota di vita,di luce e di calore senza sguardi reciproci o parole scambiate.

Un giorno,nella vita delle due donne si materializza Charlie (Matthew Goode),il fratello minore di Richard,mai incontrato prima e di cui nessuno aveva mai sentito parlare.
L'uomo è affascinante,magnetico,misterioso e inquietante,ricco di esperienze e cultura e naturalmente oggetto delle attezioni di Evelyn e dei dubbi di India,altrettanto catturata dal glamour ambiguo dell'uomo. Lo zio pare manifestare ogni interesse per la famiglia ritrovata,ma quando le persone attorno a lui cominciano a sparire,dal bullo nella scuola di India,alla governate,alla parente Gwendalyn,i sospetti maturano l'inevitabile e nel triangolo malato affioreranno follia e morte.
L'evidente richiamo a Hitchcock non ne conferma la facoltà. "L'ombra del dubbio" usa un linguaggio di cinema non facilmente raggiungibile neache da parte di artisti dotati come Chan-wook,la regia traduce uno script denso delle suggestioni che mancano a "Stoker" e Joseph Cotten regala una performace che non può che lasciare il vuoto dietro di sè.

Eppure il fiato di"Stoker" ha il respiro lento dell'oscurità e fruga nelle pieghe di una paura più viscerale che visiva. Il sesso è solo suggerito e mai espresso e la violenza è intellettuale e devastante. In un film imbastito di visionarismi e ottiche dell'immaginario - cfr. la dissolvenza di un uovo nell'occhio di India o il ripetersi ossessivo delle inquadrature delle scarpe della ragazza,quasi in un viaggio temporale vissuto nella mente - il regista indulge su uno studio dei particolari e dei dettagli e modella un esercizio di cinema articolato e quasi teatrale,a volte faticoso e fitto di metafore visive,ma certamente in grado di esprimersi efficacemente a coloro che vogliano ascoltare una voce di spettacolo non di catalogo.

Chan-wook non getta mai il dado a caso,ma sceglie con cura i suoi giochi,nella selezione precisa dei colori,una palette mai sistematica e digitale,ma al contrario sempre indicativa del momento narrato,pastelli tenui,toni sbiaditi o cromatismi occasionali ai fatti raccontati.
Altrettanto portanti sono suoni e musica,accesi e vibranti quanto i colori,come nel caso del suono del guscio di un uovo che viene schiacciato o il ritmico scandire del tempo di un metronomo,oppure ossessivi e disturbanti come l'anima inquieta delle note basse di un piano e una sezione d'archi sospese fra il classico e il tragico,in una battitura tormentata e quasi sessuale. Chan-wook materializza nei movimenti di camera delle inquadrature ravvicinate il senso di incertezza e provvisorietà che pervade lo spazio occupato dai protagonisti indulgendo su un senso di finzione e di assenza emotiva di cui Charlie diviene la figura emblematica.

La spiegazione finale,sintetizzata in un climax composto da flashback e discontinuità temporali,è frenesia di sangue e follia,una atroce sinfonia scitta per un cinema interiore e sofferente,dove all'analisi e all'ispezione psicologica si alterna la fotografia dell'innafferrabile e il mistero di un inconscio ammalato.

 
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