Un enorme iceberg cambia colore diventando blu intenso: cosa indica questo fenomeno ai poli

Dall’alto, la vista satellitare cattura un’enorme massa blu sospesa sopra l’oceano antartico: un ghiacciaio, certo bello da vedere, ma che – diciamo – mostra un segnale di fragilità crescente. Sulla sua superficie si aprono grandi pozze di acqua di fusione, chiari indizi di un cedimento interno che mette a rischio la sua stabilità. L’A-23a, staccatosi decenni fa dalla piattaforma di ghiaccio Filchner, presenta crepe e infiltrazioni che annunciano un lento processo di disgregazione. Insomma, questa trasformazione, poco percepita da chi osserva da lontano, racconta molto sui cambiamenti in una delle zone più isolate e delicate del nostro pianeta.

Il peso dell’acqua che accelera la rottura del ghiaccio

Un iceberg galleggia perché il ghiaccio è meno denso dell’acqua. Fin qui tutto chiaro. Ma quando si formano ampie pozze d’acqua di fusione sulla sua superficie, il peso aumenta e l’equilibrio cambia repentinamente. L’acqua dolce, infiltrandosi nelle crepe già presenti, allarga quelle stesse fessure e ne apre di nuove. Il risultato? Una fragilità crescente che può portare alla rottura anche prima che il blocco di ghiaccio si sciolga completamente.

Un enorme iceberg cambia colore diventando blu intenso: cosa indica questo fenomeno ai poli
Vista ravvicinata di un iceberg galleggiante che mostra una sfumatura bluastra sotto la superficie, presagio di scioglimento. – cinemalia.it

Dati satellitari mostrano come l’acqua si accumuli nelle parti più basse, formando bacini che appesantiscono zone ben precise dell’iceberg. Qui basta una piccola infiltrazione – niente di più – per far scattare una catena di fratture interne. Che poi si allargano, fino a spezzare il ghiaccio in pezzi più piccoli. Succede così.

Spesso il cedimento interno passa inosservato, ma chi lo studia lo definisce un problema serio. L’acqua dentro l’iceberg diventa una fonte di stress meccanico, rompendo la sua compattezza originaria e aumentando il rischio che possa crollare – ecco perché si deve guardare bene.

Segni antichi che indirizzano l’acqua e velocizzano i danni

Quando si osserva da vicino la superficie dell’iceberg A-23a, si notano striature e solchi risalenti a centinaia di anni fa, ai tempi in cui quel ghiaccio faceva parte di un grande ghiacciaio in movimento. Quelle linee – ancora perfettamente visibili – guidano il flusso dell’acqua di fusione con un percorso naturale, concentrandola proprio dove il ghiaccio è più fragile.

Quei segni intensificano la formazione di nuove crepe e solchi, accelerando così la rottura del ghiaccio. Curioso come, nonostante le tante nevicate e i cicli di fusione nel frattempo, quei segni antichi continuino a condizionare la velocità con cui l’iceberg si disgrega.

C’è chi magari non pensa che eventi geologici di secoli fa abbiano un impatto diretto sul destino degli iceberg oggi. E invece accade: la storia del ghiaccio influenza il presente, con riflessi evidenti sul cambiamento ambientale attuale.

Fenomeni di rottura violenta e le conseguenze per l’ecosistema

Oltre a un lento processo di disgregazione, capitano episodi di rottura improvvisa, soprattutto quando l’acqua accumulata supera la capacità di contenimento del ghiaccio. Ecco il problema: questi cedimenti rilasciano un’ondata di acqua dolce che si disperde rapidamente tra i frammenti.

Questa scarica d’acqua può creare fenomeni intensi che hanno un impatto diretto sulla circolazione marina locale. Salinità che cambia, risalita di nutrienti dai fondali, e fitoplancton che prospera: insomma, il motore base dell’ecosistema marino antartico riceve una bella spinta.

Ad oggi, l’iceberg A-23a si trova in acque che si aggirano intorno a 3 gradi Celsius e – stranamente ma non troppo – le correnti lo stanno spingendo verso nord. Il suo cammino, insieme ai dati satellitari, suggerisce che difficilmente riuscirà a superare la stagione estiva australe. La sua storia è un’occasione rara per seguire dal vivo la dinamica di disgregazione degli iceberg e capire l’effetto sulla vita nell’Oceano del Sud.

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