Il Covid-19 continua a far parte – seppur in modo diverso – della scena sanitaria in Italia. In questo primo scorcio dell’anno il virus si mantiene stabile, complici alcune varianti derivate dalla grande famiglia Omicron. Questi sottogruppi di virus generano le infezioni respiratorie più diffuse, e ormai ci si convive senza allarmismi ma con la giusta prudenza. Restare aggiornati sull’evoluzione e sulle peculiarità delle varianti aiuta a non perdere terreno nel capire come muoversi. L’emergenza acuta è passata, certo, ma il monitoraggio costante delle mutazioni resta necessario per cogliere eventuali cambiamenti nella trasmissione o nell’andamento dei sintomi. I dati più recenti indicano che i casi oscillano in relazione al volume di test fatti, mentre i decessi non mostrano variazioni. Diverse regioni italiane tengono d’occhio questi trend, confermando una persistenza del virus che però non scatena ondate devastanti come qualche tempo fa. Ecco qui un dettaglio non da poco: convivere con il virus è ormai entrato nella normalità della sanità pubblica, specie negli inverni, quando si registrano naturalmente più infezioni respiratorie.
Le varianti che dominano il presente del Covid
Oggi non si parla più di una sola variante dominante, ma piuttosto di un insieme di sottolignaggi di Omicron che convivono e si condizionano nella diffusione. In Italia così come in gran parte dell’Europa, circolano soprattutto varianti come NB.1.8.1 – chiamata anche Nimbus – che ha avuto una crescita interessante in alcune zone del pianeta. D’altra parte, spunta con più vigore un’altra sottovariante, XFG detta Stratus, la cui presenza sta aumentando in certi Paesi. Non si può ignorare KP.3.1.1, XEC e LP.8.1, che da tempo sono tra noi e mantengono una quota di casi abbastanza stabile. Questi dati arrivano da controlli fatti ogni settimana, con l’obiettivo di capire se questi gruppi possono influenzare la trasmissione o evitare l’immunità già acquisita. Finora non si sono notati cambiamenti importanti nella gravità della malattia. Un particolare che balza agli occhi soprattutto nei mesi più freddi riguarda il fatto che la predominanza di certe varianti incide di più sul numero dei contagi piuttosto che sul profilo clinico dei malati.


Si tratta di un quadro in costante evoluzione che mostra quanto sia complicato il virus: niente più grandi ondate, eppure continua a evolversi silenziosamente. La sorveglianza diventa un lavoro quotidiano per medici e istituzioni, che si adattano di continuo. Insomma, ci si convive – e bene – anche se senza abbassare mai troppo la guardia.
I sintomi e le cure pratiche del Covid nella stagione attuale
Le varianti attuali causano sintomi simili a quelli di tante altre infezioni respiratorie stagionali. Chi si infetta spesso avverte mal di gola, naso che si intasa o cola, tosse e una stanchezza che dura parecchio, spesso associata a febbre, mal di testa e dolori muscolari. Non sono poi così rare sensazioni di freddo, insieme a disturbi gastrici come nausea o diarrea. Rispetto ai tempi iniziali della pandemia, la perdita dell’olfatto o del gusto si manifesta con meno frequenza, anche se non è completamente scomparsa. Alcuni sottolignaggi più recenti si legano a sintomi piuttosto specifici, come la raucedine o la voce bassa, segno che il virus si localizza soprattutto nelle vie respiratorie superiori. Di norma, chi sta bene si rimette in pochi giorni senza particolari problemi. Chi vive nelle grandi città lo nota bene: il virus circola e si diffonde di più ma è meno minaccioso rispetto a prima.
Chi fa parte delle categorie più a rischio, tipo gli anziani, chi ha malattie croniche o difese immunitarie indebolite, può vedere una complicazione nel decorso. In questi casi meglio tenere d’occhio segnali come difficoltà respiratorie o un peggioramento dei sintomi. Al minimo dubbio conviene fare un test diagnostico. Se positivo, la regola d’oro è restare a casa finché la febbre e i sintomi non migliorano – per almeno uno o due giorni – senza abusare di antinfiammatori. L’uso della mascherina FFP2 in ambienti chiusi e affollati aiuta a ridurre la diffusione, proteggendo soprattutto chi è fragile. I trattamenti rimangono essenzialmente sintomatici: riposo, molta acqua e farmaci contro febbre e dolori. Chi è a maggior rischio può consultare il medico per valutare antivirali, efficaci se assunti tempestivamente. In presenza di segnali gravi, come dolore al petto o confusione mentale, il pronto soccorso va raggiunto subito.
I vaccini rimangono la linea di difesa centrale
Vaccinarsi continua ad essere la mossa principale nella lotta contro la pandemia, anche davanti alle varianti attuali. Le formulazioni più recenti, in special modo quelle mirate al lignaggio LP.8.1, sono studiate per stimolare una risposta immunitaria più mirata contro le sottovarianti più diffuse – come Stratus e Nimbus. Questo non vuole dire che i vaccini più vecchi non servano più: anzi, mantengono una buona protezione, soprattutto nel prevenire forme gravi di Covid. Spesso si sottovaluta un fattore: l’importanza delle vaccinazioni aggiornate nel ridurre la pressione sugli ospedali, cosa che in tante città italiane – soprattutto d’inverno – non è poco.
Molto spesso la malattia dura pochi giorni, salvo qualche eccezione in pazienti più fragili, dove il decorso può prolungarsi. Meglio rivolgersi al dottore se i sintomi peggiorano rapidamente o se si notano segnali inquietanti. Per ora non emergono prove che queste nuove varianti diano malattie più severe, ma la situazione resta sotto scrupolosa osservazione. Insomma, il virus è qui per restare, richiedendo attenzione e un comportamento consapevole.