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Scritto da Giancarlo Villa   
mercoledì 11 maggio 2011

Habemus Papam
Titolo originale: Habemus Papam
Italia: 2010. Regia di: Nanni Moretti Genere: Commedia Durata: 104'
Interpreti: Margherita Buy, Roberto Nobile, Michel Piccoli, Nanni Moretti, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Franco Graziosi, Massimo Dobrovic, Leonardo Della Bianca
Sito web italiano: www.habemuspapam.it
Nelle sale dal: 15/04/2011
Voto: 6,5
Trailer
Recensione di: Giancarlo Villa
L'aggettivo ideale: Paradossale
Scarica il Pressbook del film
Habemus Papam su Facebook

Habemus PapamArduo cercare di ricomporre in unità l’ultimo film di Nanni Moretti: tematiche universali e introspezione psicologica, ironia divertita e amara ad un tempo, premonizioni cupe e speranza nell’uomo si alternano, creando un ritmo a volte eccessivamente spezzato.

L’inizio è emblematico: con la morte di Giovanni Paolo II anche la Chiesa cattolica sembra arrivata al termine della sua millenaria parabola. Solo una finestra vuota sovrasta la piazza gremita di folla che attende una nuova parola di speranza e di fiducia.
L’imponente e maestosa ritualità del Conclave diventa lo scenario grandioso destinato a rivelare la sua vacuità attraverso la crisi incontrollabile del cardinal Melville, terrorizzato dall’idea di assumersi l’enorme responsabilità di guidare la Chiesa.

Già qui si insinuano due tematiche contrapposte che non possono saldarsi. Da un lato lo psicanalista ateo che all’inizio si ritrova sperduto nel carcere dorato del Vaticano, ma che, constatando l’umanità dei cardinali, talvolta visti come fanciulli spaventati, riprende il controllo della situazione facendoli giocare. Dall’altro una istituzione e un apparato dalla struttura così imponente che sovrasta, fino a frantumarlo, l’individuo che coltiva dei dubbi sulla fondatezza della ecumene cristiana di erigersi a Chiesa universale. Naturalmente questo dubbio non appartiene al cardinale appena prescelto per occupare il soglio pontificio; traspare piuttosto come convinzione del regista, ma confinata in alcune battute secondarie. Emerge comunque piuttosto chiaramente, sia dalle immagini che dai dialoghi, che secondo Moretti la verità assoluta rivendicata dalla Chiesa cattolica non ha nulla a che vedere con le “verità” interiori, sbocciate da un terreno di ricerche e di dubbi.
E’ ovvio quindi che lo psicanalista – regista di se stesso – consideri il Conclave come una strana riunione di uomini intimoriti dal compito che dovrebbero assumersi e che li guardi con stupita compartecipazione umana, lasciando sullo sfondo la convinzione che si tratti di una grandiosa messa in scena fondata sul nulla.

I cardinali sono quasi tutti ( eccettuato un tedesco…) fanciulli con “deficit di accudimento”. L’impostazione profondamente drammatica del film si trasforma così in una divertente farsa paradossale dove il tempo dell’attesa diviene un momento giocoso per allontanare lo sconcerto che domina l’intera Chiesa.
Alcuni critici hanno considerato questi improvvisi mutamenti di registro come la prova della genialità del regista; altri, a partire dall’articolo pubblicato dall’Osservatore romano, considerano questi sbalzi tematici come “siparietti, anche divertenti, ma sbagliati nel significato che avevano  un tempo nel cinema morettiano”.
In effetti il contrasto è stridente,anche se appartiene a una scelta consapevole da parte del regista, che accantona il problema teologico e storico per concentrare la sua attenzione sul dramma interiore di un uomo pienamente consapevole della sua inadeguatezza.

I momenti della fuga del cardinal Melville hanno lo sguardo stupito e sorridente di un bambino che si affaccia su un mondo sconosciuto e sono certamente tra i più commoventi e convincenti del film. Sembra che Moretti abbia trovato il modo di coniugare i due aspetti conflittuali della trama. Il nuova papa incontra inoltre la sua passione giovanile: il teatro, richiamo evidente alla figura di Papa Woytila. Il teatro potrebbe essere considerato finzione, maschera, ma talvolta è il luogo dove i veri sentimenti si rivelano, escludendo l’assordante alienazione di un mondo esterno che non ti permette di essere te stesso. In realtà il sacerdote nell’incontro con questa realtà ritrova una serenità interiore e una rinnovata capacità di affrontare l’enorme problema che lo sovrasta.
Una digressione è però necessaria per dare coerenza alla valutazione finale: l’accostamento presente sotterraneamente nel film del neo papa a Celestino V appare incongrua. Pietro da Morrone aveva condotto una lunga vita dedicata all’ascetismo e alla solitudine ed era assolutamente privo di esperienza di governo ed estraneo alle problematiche della Chiesa. Venne eletto papa il 29 agosto del 1294, all’età di 85 anni, solo per sistemare il problema dell’occupazione aragonese della Sicilia.
Il realtà il monaco benedettino divenne uno strumento politico nelle mani di Carlo II d’Angiò prima e del cardinal Caetani in seguito, che lo indusse a dimettersi.
Cosa che fece il 13 dicembre dello stesso anno permettendo al cardinal Caetani di succedergli col nome di Bonifacio VIII. Completamente diversa la posizione del cardinal Melville: egli è un porporato che ha salito i gradini della gerarchia ecclesiastica ed ha accettato le incombenze connesse alla sua posizione e non ha dubbi relativi alla sua fede.

Questa digressione era funzionale alla considerazione finale che esprime qualche perplessità sul distacco e sulla “imparzialità” del regista, imparzialità che probabilmente nemmeno lui perseguiva. E’ certo che il neo eletto prende consapevolezza della sua inadeguatezza al compito che lo aspetta – e del resto un analogo timore serpeggia quasi nell’intero conclave, secondo la sceneggiatura del film – ma la sua rinuncia in nome della sua umanissima insicurezza diviene la sensazione non esplicitata che l’intera Chiesa cattolica sia ormai inadeguata a dirigere la coscienza dell’uomo contemporaneo.
Sia chiaro: è una tesi perfettamente legittima e può essere il tema di un’opera artistica, ma è un problema di una portata gigantesca che non può dissolversi sotto il manto di una fanciullesca ingenuità quale sembrerebbe essere quella dei cardinali riuniti in conclave.

Se a Moretti interessava mettere in luce l’uomo, il soggetto come centro della ricerca e della speranza, forse migliore sarebbe stato un finale in cui il cardinal Melville accettasse umilmente e per ubbidienza il volere del conclave che, per la sua fede, esprime il volere di Dio. Questo non sarebbe stato in contrasto con la tesi di fondo dell’ateo Moretti secondo cui le chiese e le religioni sono costruzioni puramente umane. Ciò che veramente conta è il rispetto e l’amore dell’uomo per i suoi simili, concetto che del resto è alla base del messaggio dell’uomo Gesù.

 
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