Un capolavoro italiano che ha rivoluzionato il cinema e ora è quasi dimenticato dal grande pubblico

Le strade polverose nelle periferie – quelle dimenticate dalla maggior parte della gente – custodiscono storie segnate da fatica e isolamento. Vittorio abita proprio lì, fermo al centro di una realtà spesso trascurata. Era il 1961 quando un film italiano decise di raccontare chi, solitamente, resta invisibile agli occhi di tanti. Sul grande schermo arrivò un ritratto crudo, una fotografia diretta di un mondo ai margini. Quel racconto ha segnato una svolta nel modo di descrivere il tessuto sociale, mescolando realismo duro e una poesia mai vista prima. Oggi quel modo di vedere rischia di scivolare nell’oblio, eppure serve ancora – e parecchio – per capire un pezzo della nostra storia culturale e sociale.

Un esordio che cambiò il racconto del reale

Nel cinema italiano del dopoguerra non mancavano rappresentazioni di vita ai margini, specialmente grazie al neorealismo. Ma questa pellicola mise l’accento sull’esclusione sociale in modo più intenso, diretto, poco incline ai compromessi. Vittorio, chiamato Accattone, vive in una precarietà che lo inghiotte, stretto in una giostra di sopravvivenza difficile da controllare. Non solo un delinquente o una figura romantica, ma un simbolo vivente di una società che mette da parte e dimentica. Ecco perché le borgate romane non sono uno sfondo qualsiasi: ogni strada, ogni angolo, parla di una vita vissuta dietro la linea sottile della normale esistenza.

Un capolavoro italiano che ha rivoluzionato il cinema e ora è quasi dimenticato dal grande pubblico
Vittorio Gassman in un’immagine che cattura la dura realtà delle periferie, tra bellezza e disincanto. Un film del ’61. – cinemalia.it

Per rendere sincera la narrazione, la scelta fu quella di coinvolgere attori non professionisti, gente del posto. Il loro linguaggio corporeo, il modo di parlare, regalano al film una forza che supera il semplice documentario. Molti osservatori hanno definito quell’approccio come una specie di “realismo sacralizzato”: un’immagine nuda e cruda, ma carica di un simbolismo profondo. Così, la realtà smette di essere solo uno scatto sociale per diventare un messaggio da leggere con attenzione.

La spiritualità del profano e uno sguardo che non lascia distacco

Il film non si ferma alla rappresentazione sociale: c’è anche una ricerca di senso, vicina alla spiritualità, senza legami con la religione organizzata. Nel quotidiano, tra i personaggi, emerge il tentativo di trovare un senso del sacro – anche nelle cose più semplici – nei gesti e negli sguardi. Stella, la protagonista femminile, simboleggia molto più di un semplice amore: è come una stella-guida, un’idea di salvezza che però sfugge, resta lontana. Una tensione tra speranza e impossibilità attraversa tutto il film.

Scelte come riprendere i personaggi frontalmente danno allo spettatore una sensazione quasi invasiva, lo mettono faccia a faccia con domande senza risposte facili. Se si vive in grandi città, si sa quanto siano rare rappresentazioni che invitano a guardare la realtà senza distacco o pietismi. La colonna sonora – con brani di Bach immersi in ambienti marginali – crea un contrasto emozionante, che amplifica la tragedia raccontata.

La morte, tema persistente, si insinua nel film come un presagio ineluttabile. Un ragazzo, compagno di viaggio di Vittorio nei momenti più importanti, assume un ruolo quasi metafisico, come un guardiano silenzioso. Nel finale, con la morte improvvisa del protagonista, sembra emergere – ma solo in modo sfuggente – una forma di verità e pace, lontana da qualsiasi tipo di vittoria comune. Si chiude così, lasciando chi guarda a riflettere sugli aspetti più profondi della vita, anche quando la disperazione appare totale.

Un modello per chi guarderà al cinema dopo

Il film, a dire il vero, non raccolse immediatamente un successo pari ad altre opere dello stesso periodo, eppure ha segnato una traccia profonda per la generazione di registi che seguirono, sia in Italia che altrove. Questo momento – tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta – fu un grande periodo di innovazione nel cinema, in grado di rinnovare sia il linguaggio visivo che quello narrativo. E qui il film si distingue, perché unisce il racconto sociale a una dimensione poetica che non scende mai a compromessi con la complessità mostrata.

Al centro di tutto c’è un modo diverso di osservare il mondo, con uno sguardo alto, critico, anche di fronte alle realtà più scomode. Nel tempo molte produzioni degli anni successivi – curiosamente – hanno preso spunto da questo modello, riconoscendo quanto sapesse combinare critica sociale e forza simbolica. Anche oggi si avverte la sua influenza nel modo di raccontare i quartieri periferici italiani, dove le dinamiche di marginalità restano purtroppo ben presenti.

Che si tratti delle borgate romane o delle zone periferiche di tante altre città, molte storie continuano a essere viste con la lente di quel cinema che ha scelto di non abbassare lo sguardo. Chi passa su quelle strade ogni giorno – e lo fa davvero – non può non riconoscere l’eredità di quel modo di fare cinema, capace di mostrare la realtà senza filtri, trasformandola in uno specchio potente, necessario.

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